Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse! (Ilarità). Giudichiamo il mondo quale è; non è necessario che si facciano professioni di fede: siamo tutti figli della rivoluzione; e qual maggiore rivoluzione, o signori, di quella per cui noi siamo qui? (Benissimo!)
Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri colleghi ricordando quella del 5 maggio 1789, credo non abbiano ricordata la migliore della rivoluzione francese.
Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 5 agosto 1789, quando furono aboliti i privilegi, e fu fatta la celebre dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Del resto, noi abbiamo qualche data migliore, quella del 20 settembre 1870 (Bene a destra e al centro) la quale, abolendo l'ultimo avanzo del feudalismo politico, dette ai popoli completa ed intera la libertà di coscienza. (Scoppio di applausi da tutte le parti della Camera.)
Noi non abbiamo mai domandato agli altri che questa data festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le sue, e non so perchè si abbia tanta fretta, tanta sollecitudine, tanto desiderio di festeggiare le date celebri delle altre nazioni, quando abbiamo le nostre che sono così gloriose. (Bravo! — Applausi prolungati)».
Realmente, l'ambasciatore Menabrea aveva chiesto il congedo con una lettera del 3 aprile che cominciava con queste parole: “Avvicinandosi le feste Pasquali, mi rivolgo alla cortesia di V. E. col pregarla di darmi l'autorizzazione di recarmi per quell'epoca in Roma, come son solito a farlo ogni anno, per conferire con l'E. V. sulle cose che interessano i rapporti dell'Italia colla Francia.„
L'on. Crispi non aveva motivo di negare il congedo, poichè sapeva che tutti gli ambasciatori accreditati presso il governo francese avevano ordine dai rispettivi governi di non intervenire alla inaugurazione dell'Esposizione e si disponevano ad assentarsi da Parigi. Quello che in Italia parve un gesto ostile di Crispi verso la Francia, era una decisione di tutta l'Europa monarchica, compresa la Russia.
Il 20 aprile fu tenuta una riunione degli ambasciatori presenti, a Parigi. L'Incaricato d'Affari Ressman, il quale rappresentava il Menabrea assente, informava l'on. Crispi che qualcuno degli intervenuti negava anche di far intervenire alla cerimonia gl'Incaricati d'Affari; però tale intervento poi fu deciso, ma ufficioso soltanto, così che gli Incaricati non dovevano indossare uniforme, nè seguire il Presidente della Repubblica nel giro d'inaugurazione. “Prevedendo — scriveva il Ressman — la resistenza d'una parte del Corpo diplomatico, il governo francese già da tempo dichiarò che per ben distinguere ogni commemorazione politica da una festa d'indole puramente industriale, egli celebrerebbe in Versaglia il centenario della riunione degli Stati Generali, il di 5 maggio, e non vi chiederebbe l'intervento dei Rappresentanti esteri, ma inviterebbe bensì il corpo diplomatico alla cerimonia non politica del 6 maggio in Parigi. Gli ambasciatori non ammettono questa distinzione, nè credono che la festa di Versaglia possa, più di quella seguente del 6 maggio, considerarsi come un omaggio alla rivoluzione. E in questo ordine d'idee, essi già convennero che sarà loro ugualmente impossibile d'intervenire al banchetto che la municipalità di Parigi darà il dì 11 maggio e cui annunzia di voler convitare tutto il Corpo diplomatico, oppure alla rivista ed alle feste del 14 luglio prossimo, centenario della presa della Bastiglia.„
Per una doverosa riserva, l'on. Crispi affermando alla Camera che il Corpo diplomatico non era stato invitato, ne tacque i motivi, ma egli non prese alcuna iniziativa e non si dimostrò in quella circostanza, meno del Gran Cancelliere russo, amico della Francia.
L'orizzonte politico non era sereno; le condizioni interne della Francia e il linguaggio aggressivo de' suoi giornali destavano gravi preoccupazioni. Crispi da tempo si era dedicato a rafforzare la difesa nazionale. Le seguenti lettere al ministro della Guerra, generale Bertolè, esprimono le sue ansie:
«Roma, 19 aprile 1889.