Dopo l'annunzio della crisi, il conte de Launay scriveva confidenzialmente, in data 23 marzo, all'on. Crispi:

Sono informato che sin dal 19 corrente le ambasciate della Germania a Roma, Vienna, Londra e i rappresentanti della Prussia a Dresda e a Monaco, sono stati avvertiti che i mutamenti che stavano per effettuarsi a Berlino non alteravano in nulla i rapporti internazionali dell'Impero.

Oggi, alla festa degli Ordini, mi son trovato a fianco del nuovo Cancelliere, il quale mi ha parlato nello stesso senso. Egli ha sin da principio accolto a malincuore l'offerta del suo Sovrano. La sua ambizione era di continuare a servire attivamente nell'esercito e di morire, occorrendo, su di un campo di battaglia, anzichè consumare le sue forze su di un terreno nel quale ha lo svantaggio di succedere all'uomo di genio che per tanti anni ha rappresentato una parte immensa in Europa. Egli si è rassegnato quando l'Imperatore ha fatto appello alla sua devozione: come militare, il coraggio e l'obbedienza sono per lui virtù professionali. Ma mi ha assicurato che nelle relazioni estere seguirà le orme del suo predecessore. Gli ho detto che speravo mantenere con lui rapporti di mutua confidenza nell'interesse dei nostri due paesi e che avrei fatto tutto il possibile per riuscirvi. Il generale di Caprivi mi ha risposto che il principe di Bismarck, passando in rivista il corpo diplomatico, aveva indicato l'ambasciatore d'Italia nel numero dei diplomatici ai quali poteva accordare piena confidenza. Ho fatto allusione a qualche racconto della stampa tedesca che attribuisce alla sua famiglia origine italiana; onde i nostri giornali avevano rilevato questo fatto come un augurio di più per la continuazione degli eccellenti rapporti fra l'Italia e la Germania. Il generale ha contestato il fatto, i suoi antenati avendo emigrato dal Friuli austriaco in Germania; la parentela con i Montecuccoli non era provata. «Ciò non impedisce, ha soggiunto, che io ami gli italiani, e che vi proponga di bere con me alla loro salute». Dal mio canto ho brindato alla salute dei tedeschi.

Dopo il pranzo, l'Imperatore mi ha preso in disparte. Egli teneva che io dessi a S. M. il Re e a Vostra Eccellenza qualche dettaglio sulla crisi avvenuta qui. Dopo il suo ritorno da Friedrichsruh, il principe di Bismarck era irriconoscibile; si notava in lui una grande sovreccitazione. Secondo l'opinione del medico, se cotesto stato si fosse prolungato, avrebbe dato luogo ad un attacco nervoso. Era un uomo finito per indebolimento di forze. «Il mio cuore, ha detto l'Imperatore, ha sofferto profondamente per la necessità di porre alla riserva un antico e illustre servitore della Corona». Sua Maestà esprimeva la speranza che in avvenire i consigli, l'energia, la fedeltà del Principe non sarebbero, occorrendo, mancati all'Impero. All'estero si ricorderà la politica di pace così saviamente seguita dal principe di Bismarck «e che io stesso sono risoluto a continuare con tutte le forze della mia volontà. Io resto fedele alla triplice alleanza». Senza essa, l'Europa avrebbe già sofferto per sanguinosi conflitti. «Ho notizie rassicuranti da Pietroburgo. L'imperatore Alessandro è animato dalle migliori disposizioni, e per ottenere che egli non se ne allontani, gli farò visita entro l'anno, nell'epoca delle grandi manovre a Tsarkoe-Zelo».

Ho detto a Sua Maestà che nella mia corrispondenza avevo già avvertito che nessuna modificazione sarebbe stata apportata al programma pacifico del Gabinetto di Berlino e che questo si manteneva incrollabile per il mantenimento della triplice alleanza, la quale è una solida base della pace. Ho soggiunto che mi sarei affrettato a trasmettere a Roma le nuove dichiarazioni provenienti da chi tiene con mano ferma le redini dello Stato.

L'Imperatore ha soggiunto: «Voi sapete che l'ambasciatore d'Italia è persona gratissima e che gode della nostra intiera confidenza».

Ho detto ancora a Sua Maestà che io avevo avuto cura di negare qualunque speranza di riuscita agli intransigenti ultramontani che credono si avvicini il momento di ritornare ai loro sogni di restaurazione del potere temporale. Sua Maestà non ha esitato a dichiarare che certamente tali sogni non saranno da essa favoriti. «Io son troppo buon protestante per prestarmi a tali vedute. D'altronde, sento un sincero attaccamento per il vostro Re e per l'Italia».

Mi risulta che l'Imperatore ha detto anche al mio collega di Austria che nulla sarebbe stato mutato nel suo programma di politica estera.

Sua Maestà si è pure mostrata soddisfatta dei lavori della Conferenza per la protezione degli operai. Essa spera che dalle deliberazioni della medesima verrà qualche buon risultato, non fosse altro una base per Conferenze ulteriori.

Il conte Erberto di Bismarck, malgrado tutti gli sforzi del Sovrano per conservarlo nelle sue attuali funzioni, persiste a volersi ritirare. In ogni caso prenderà un lungo congedo. Avrà l'interim degli Affari esteri il conte di Hatzfeldt, ambasciatore a Londra.