Ho risposto a sir Augustus Paget che il governo del Re annette molto pregio a tenersi col governo Britannico nelle più cordiali e intime relazioni; che senza dubbio l'Inghilterra e l'Italia hanno, in materia di commerci, degli interessi comuni per ciò che concerne il regime degli Stretti e del Mar Nero; che saremo quindi sempre lieti di ricevere e di prendere nella più seria considerazione le comunicazioni e le avvertenze che il governo della Regina fosse per farci pervenire in proposito; che, però, il governo di Sua Maestà non stimerebbe di poter prendere, a tale riguardo, degli impegni che possano condurlo ad una azione.

Della comunicazione fattami dall'ambasciatore britannico e della mia risposta, mi giova pigliar nota in questo mio dispaccio destinato a personale informazione dell'E. V. Gradisca ecc.

L. Corti.»

Dinanzi alla inconsistenza della politica italiana, lord Derby — il quale aveva probabilmente fatto assegnamento sull'Italia per la riuscita del suo piano diplomatico, dove, secondo la promessa fatta all'on. Crispi, era certamente la garanzia degli interessi italiani dinanzi al ventilato ingrandimento dell'Austria, — dovette pensare molto male dei “nipoti di Machiavelli„, e si affrettò a dimostrarsi zelante degli interessi... austriaci. Tantocchè al Congresso riunitosi il 13 giugno di quell'anno 1878 in Berlino, nella seduta del 28 giugno fu uno dei plenipotenziarii inglesi, lord Salisbury, quello che “esaminata la gravità delle condizioni della Bosnia e dell'Erzegovina, e l'impossibilità nella Turchia di farvi fronte„, propose che “quelle due provincie fossero occupate militarmente e amministrate dall'Austria-Ungheria„.

E il principe di Bismarck — che forse aveva invano atteso chi gli continuasse i discorsi fattigli in nome del Re d'Italia dall'on. Crispi a Gastein e a Berlino — si affrettò ad associarsi, in nome della Germania, alla proposta del marchese di Salisbury.

L'Italia era assente; e il conte Corti che la rappresentava al Congresso, non seppe neppure tacere. Chiese al plenipotenziario austriaco, Giulio Andrássy, “se era in grado di fornire sulla combinazione proposta qualche ulteriore spiegazione dal punto di vista dell'interesse generale dell'Europa„. E lo Andrássy non rispose alla vana domanda, ma disse semplicemente “essere convinto che il punto di vista europeo, che aveva ispirato il governo austro-ungarico, sarebbe stato apprezzato dal gabinetto italiano, come era stato apprezzato dagli altri gabinetti„.

Non mancò neppure l'adesione della Francia. Il primo plenipotenziario di quella potenza, il signor Waddington, espresse l'opinione che “la combinazione indicata dal gabinetto inglese era la sola che assicurasse un'esistenza tranquilla alle popolazioni della Bosnia e della Erzegovina, e che l'intervento dell'Austria-Ungheria dovesse considerarsi come una misura di polizia europea„.

Quest'adesione non poteva mancare. Come l'Inghilterra ebbe l'isola di Cipro — con una convenzione stipulata con la Turchia precedentemente al Congresso (4 giugno) — la Germania cercò il suo vantaggio nel salvaguardare gl'interessi della Russia e accaparrarsene la riconoscenza — e l'Austria-Ungheria ebbe la Bosnia e l'Erzegovina, — così la Francia, negli accordi del retroscena, ebbe concessa la facoltà di occupare la Tunisia quando avesse voluto.

La concessione di questa facoltà — la quale spiega l'ambigua condotta tenuta nella questione tunisina dal gabinetto inglese, dinanzi alle rimostranze dell'Italia — è stata per molti anni affermata e negata. Ma dubitare di essa non si può più.

Il Gambetta — lo scrisse il gen. Cialdini il 26 giugno 1880 — “rammentò come all'indomani del trattato di Berlino la Francia fosse consigliata dal principe di Bismarck, fosse spinta, eccitata da lord Beaconsfield, a prendersi Tunisi, senza che la Germania e l'Inghilterra si preoccupassero punto nè poco delle aspirazioni e delle convenienze italiane„.