Il conte di Launay, il quale, se non un'aquila, era un diplomatico zelante, cercò di approfondire il mistero. Le informazioni, però, a lui fornite dai suoi colleghi, glielo resero impenetrabile.

L'ambasciatore inglese, lord Odo Russell, gli disse che “le idee della Francia per una presa di possesso della Tunisia, o almeno per un protettorato, avevano fatto notevoli progressi, e che bisognava badare a non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti„; il sig. Radowitz espresse l'opinione che delle “insinuazioni„ fossero state fatte al sig. Waddington, il quale aveva “décliné d'entrer en pourparlers, même académiques„. Cosicchè, facendo delle ipotesi per non potersi fondare sul sodo di notizie sicure, il di Launay argomentava che dal suo stesso punto di vista l'Inghilterra doveva desiderare che l'Italia, a preferenza della Francia, si rafforzasse nel Mediterraneo, e che eziandio la Germania avrebbe preferito che la Tunisia cadesse in mani italiane, anzichè in mani francesi. Quindi, niente paura. “È evidente — concludeva — che noi non potremmo consentire che la Reggenza divenisse provincia francese per essere all'occorrenza base d'operazione, sia ad organizzare insurrezioni nel nostro territorio, sia per paralizzare, in caso di guerra, i nostri movimenti nel Mediterraneo. La Francia ci stringe di già abbastanza con la Savoia, Nizza, l'Alto Delfinato, la Corsica, ecc., perchè possiamo consentire a farle prendere altre posizioni strategiche a nostro danno„.

La politica seguita dall'on. Benedetto Cairoli — che fu presidente del Consiglio quasi ininterrottamente dal marzo 1878 al maggio 1881 — mantenne l'Italia nell'isolamento. Le simpatie del Cairoli volgevano verso la Francia; ma mentre egli non otteneva ufficialmente che il governo di quel paese tenesse in equa considerazione gl'interessi italiani, mantenendo intelligenze e avendo quasi degli occulti compromessi con le individualità più spiccate del partito repubblicano non al potere, faceva gran conto di costoro, che facilmente, appunto perchè senza responsabilità pubblica, largheggiavano in proteste di amicizia. Di fronte all'Austria, egli, appartenente a famiglia lombarda nobilissima per patriottismo, non seppe, salendo al ministero, spogliarsi dei ricordi delle lotte passate e considerare l'ufficio con la serenità fredda e obbiettiva dell'uomo di Stato. Non risulta che egli facesse dell'irredentismo stando al governo; ma molti, i quali pubblicamente gli si dicevano amici, erano irredentisti militanti, e il complesso della sua azione accennava per lo meno a tolleranza verso le agitazioni anti-austriache, mentre il partito costituzionale e la stampa sua non reagivano con un vigore apprezzabile.

Quelle agitazioni, invero, fecero all'Italia molto male; e non erano serie, sia che gli irredentisti pensassero alla possibilità di strappare all'Austria le Provincie italiane con le armi in pugno, sia che immaginassero di rivendicarle coi clamori. Ci fecero molto male anche perchè popolarizzarono in Austria il concetto che la lotta all'irredentismo italiano si identificava con la difesa dei principii sui quali poggia la saldezza dell'Impero, e resero, quindi, più difficile una futura consensuale rettifica delle frontiere, che ogni patriota italiano deve desiderare.

Crispi pensò sempre che l'Italia avesse sommo interesse ad ottenere le sue frontiere naturali; ma ritenne che incombesse alla diplomazia il definire la questione, e che gl'irredentisti non ottenessero altro scopo che quello di rinviare all'infinito tale definizione.

Fu denunziato più volte a Vienna e a Berlino che l'irredentismo in Italia, come certe manifestazioni panslaviste in Russia, erano macchine da guerra montate dal partito d'azione francese, — delle quali le polizie austriaca e tedesca pretesero di aver sorpreso le fila, tese specialmente nelle nostre loggie massoniche — allo scopo d'inimicare l'Italia all'Austria e alla Germania, anche suscitando in Italia un movimento repubblicano con tendenze irredentiste per paralizzare l'Austria e renderne l'alleanza inutile alla Germania. Per una strana e infelice coincidenza, quella denunziata propaganda in Italia del partito d'azione francese si svolgeva mentre la politica della Consulta sembrava considerasse l'Austria come una nemica naturale nostra e delle subnazionalità del Danubio e dei Balcani. E le diffidenze del governo di Vienna non poterono mancare. Esse dettero giorni molto amari alla Consulta. In settembre 1879 il colonnello Haymerle, già addetto militare all'ambasciata austriaca presso il Quirinale retta da suo fratello, espose in un opuscolo intitolato «Italicae res» gli argomenti secondo i quali, dal punto di vista austriaco, l'irredentismo era fondato sull'errore e doveva avere l'Austria irremovibilmente avversa. Questa pubblicazione suscitò polemiche senza fine. Poco dopo, nei primi del 1880, irritò grandemente l'Austria il fatto che ai funerali del generale Avezzana, presidente dell'Irredenta, due ministri e un segretario generale avevano retto i cordoni del feretro insieme al sig. Matteo Imbriani, fanatico irredentista. Non soddisfatto delle spiegazioni date dall'on. Cairoli, il governo austriaco assunse un'attitudine minacciosa. Il 31 marzo il Comando del III Corpo d'Armata a Verona informava il ministero di truppe raccolte alla frontiera sotto il comando dell'arciduca Alberto; ve ne erano a Bezzecca, a Pieve di Ledro e a Riva; l'arciduca era ad Arco col suo Stato Maggiore. Il 10 aprile l'ambasciatore a Vienna, conte di Robilant, avvertiva che l'avvicinamento delle truppe austriache nel Tirolo doveva considerarsi come una minaccia.

Gl'incidenti sollevati ad ogni momento continuarono a tenere accesi gli animi per tutto il 1880 e oltre. Il 14 aprile il deputato Cavallotti fu espulso da Trieste; in giugno l'Austria disapprovava la conversione dei beni del Collegio di Propaganda Fide, ritenendo questo come un'associazione internazionale; in agosto si opponeva alla concessione di decorazioni italiane a cittadini del Tirolo e di Trieste; in ottobre protestava contro la deliberazione del Comitato dell'Esposizione Nazionale di Milano pel 1881, di ammettere espositori delle provincie di lingua italiana appartenenti all'Impero. E altri incidenti che non giova ricordare si verificarono finchè l'on. Cairoli tenne la direzione del Governo e della politica estera, cioè sino alla fine di maggio 1881.

L'on. Cairoli cadde dal potere in seguito al protettorato imposto dalla Francia alla Tunisia; la sua inabilità, che poteva condurci ad una guerra contro l'Austria, ci condusse, invece, ad un disastro morale e politico nel campo ch'egli prediligeva.

La spinta data alla Francia a rivolgere la sua attività verso la Tunisia, fu molto abile; fatalmente, il principe di Bismarck allontanava dall'Europa lo spirito ambizioso dei francesi. I quali, nonostante considerassero dapprima l'offerta come un inganno, e come un delitto il distrarre energie e pensare ad altro che non fosse la rivendicazione dell'Alsazia e della Lorena, si compiacquero poco alla volta di trovare in Africa un compenso materiale e un temporaneo conforto morale alle sconfitte subite; e forse qualcuno, chissà? pensò alle nuove forze che la Francia avrebbe trovate nell'Africa da gettare un giorno sulla bilancia dei destini d'Europa. In un rapporto del 18 luglio 1878, l'ambasciatore Cialdini scriveva:

«Conviene riconoscere essere divenuto un dogma repubblicano (almeno per ora) che la Francia non debba permettersi conquista od annessione alcuna, prima di avere rivendicate e ricondotte alla repubblica le perdute Provincie dell'Alsazia e della Lorena.»