Se la Francia avesse badato soltanto a non offendere le suscettibilità e gl'interessi italiani, la Tunisia sarebbe ancora aperta alla libera attività delle due nazioni. Ma alla Francia premevano sopratutto le ragioni della sua efficenza internazionale e della sua potenza. Che pretendeva l'Italia, isolata ed inerme? Che la Francia ansiosa di dominio, vedendo la via libera da ostacoli materiali, si astenesse per considerazioni di equità e di simpatia verso un giovine Stato sorto inopportunamente, che si atteggiava a suo rivale? Questo potè pensarlo chi della politica internazionale aveva un concetto puerile. Spettava al governo italiano, il quale vide nascere il pericolo e potè seguire, sulle diligenti informazioni del generale Cialdini, l'evoluzione dell'opinione francese circa l'utilità di quell'impresa, di prevenirla, di assicurare lo statu quo del Mediterraneo mediante le alleanze alle quali ricorse troppo tardi.
L'on. Cairoli non ha scusa poichè dal 1878 al 1881 fu tenuto esattamente al corrente delle intenzioni del gabinetto francese rispetto a Tunisi.
In un primo periodo fu riconosciuto formalmente dalla Francia il diritto dell'Italia a non essere chiusa nel suo mare, e il Cialdini riferiva il 19 agosto 1878 le seguenti dichiarazioni del signor Waddington, ministro degli Affari esteri e di Gambetta:
«Che la questione di Tunisi non era mai stata posta sul tappeto e che non se n'era nemmeno parlato a guisa di passeggera conversazione nel Consiglio di ministri. Aggiunse che se in seguito alla posizione fatta alle Potenze mediterranee dal Congresso di Berlino e sovratutto dal trattato anglo-turco, sorgesse la necessità o la convenienza di prendere qualche misura di precauzione nel bacino del Mediterraneo a tutela degli interessi francesi, non si farebbe nulla, assolutamente nulla, senza previo e completo accordo con l'Italia. Aggiunse che a parer suo, si perde sovente in profondità ed in forza ciò che si guadagna in estensione e superficie; che Algeri è un inciampo, un peso, una debolezza per la Francia; quindi essere egli personalmente contrario all'acquisto di Tunisi.
Pur tuttavia — seguitò — l'avviso altrui potrebbe prevalere, ma io vi dò la parola d'onore che sino a quando io farò parte del governo francese, nulla di simile sarà tentato, nessuna occupazione avrà luogo di Tunisi o di altro punto, senza andare di concerto con voi, senza prima riconoscere il diritto che avrebbe l'Italia di occupare un altro punto d'importanza relativa e proporzionata.
Ieri al tardi venne da me il sig. Gambetta, al quale io desiderava parlare nuovamente su questo argomento. Egli mi rinnovò con maggior calore ed espansione le assicurazioni già datemi tempo addietro, che il governo francese attualmente al potere ed il partito repubblicano che lo sostiene, non avevano pensato mai all'occupazione di Tunisi; cosa che non entrava punto nelle loro viste. E se mai arrivasse giorno in cui fossero condotti ad occuparsi di un simile progetto, essi si porrebbero anzitutto d'accordo coll'Italia, non potendo convenire alla Francia di farsene una nemica irreconciliabile; mi pregò di dire al governo del Re che, a parer suo, fra i vari risultati del Congresso di Berlino spicca la necessità di unirsi sempre più, massime poi sulle questioni orientale e mediterranea.
Le dichiarazioni somigliantissime di questi due uomini politici mi sembrano rassicuranti, perchè mi sembrano sincere.»
In un secondo periodo ferve a Tunisi la lotta d'influenza; due consoli bellicosi, Roustan e Macciò, si disputano il terreno. Col gen. Cialdini, il 26 giugno 1880 il presidente della Repubblica, Grévy, deplorava che la questione di Tunisi — la quale, secondo lui, non valeva un sigaro da due soldi — potesse divenire cagione di dissidio; e il ministro Freycinet si augurava di poter conciliare i desideri italiani con gl'interessi della Francia. Ma Leone Gambetta “forse più franco, certamente più chiaro„, diceva l'Italia non dovere contrastare l'influenza francese in Tunisia. Non voleva essa tener conto della prudenza e della moderazione di cui la Francia dava prova astenendosi dal prendersi un paese offertole da tutte le Potenze?
L'on. Cairoli credette che a trattenere la Francia, sulla via nella quale ora non più involontariamente procedeva, bastassero le dichiarazioni sentimentali sulla fratellanza dei due popoli, le proteste delle sue pure intenzioni, la minaccia di mutare indirizzo politico. Codesti argomenti verbali non fecero alcuna impressione; ma la sollecitudine, invece, dimostrata dal Cairoli per il tronco di ferrovia Tunisi-Goletta e per il cavo telegrafico Sicilia-Tunisi, cioè per due iniziative non private, ma in realtà del governo italiano e tali quindi da dare a questo una maggiore influenza politica, quella sì che fece impressione, anzi allarmò la Francia, la quale andava abituandosi a considerare prevalenti i propri interessi nella Reggenza. E così il Freycinet, il 9 luglio 1880, modificò le dichiarazioni fatte il 19 agosto 1878 da Waddington: “La Francia non pensa ora ad occupare Tunisi, ma l'avvenire sta nelle mani di Dio„. E rifiutò di consentire alla concessione da parte del Bey della posa di un cavo diretto indipendente tra Tunisi e la Sicilia.
La esclusività dell'influenza francese divenne nel terzo periodo lo scopo del gabinetto di Parigi. Si era ancora lontani dalla decisione di un'azione militare, ma era entrata in azione una gran forza, l'opinione pubblica; la quale, aizzata dalla stampa, finì con l'esercitare un'azione determinante sul Governo. Gli speculatori non mancarono di ispirare i sentimenti che dividono e furono denunziati anche alla Camera francese; si disse anche che individualità spiccate, le quali circondavano il Gambetta, si preoccupassero di far denaro. Pochi pubblicisti, come Mad. Adam, tentarono a Parigi di opporsi alla corrente, non riuscendo ad altro che a farsi accusare di poco patriottismo.