Prevedendo che un giorno o l'altro sarebbe stato spinto ad occupare la Tunisia, il Freycinet si preoccupava naturalmente delle conseguenze di tal fatto. Il 25 luglio 1880 il nostro ambasciatore era in visita presso di lui, quando ad un tratto il Freycinet gli disse:

«Ma perchè vi ostinate a pensare a Tunisi, dove la vostra concorrenza può turbare un giorno o l'altro i nostri buoni rapporti, perchè non volgereste piuttosto gli occhi su Tripoli, nel qual luogo non avreste a lottare con noi, nè con altri?»

Queste parole — osservava il Cialdini — mi ricordarono una frase analoga sfuggita al duca Decazes, e dovetti convincermi sempre più che esiste un pensiero politico permanente, tradizionale rispetto alla costa mediterranea dell'Africa, pensiero a cui tutti i partiti si mostrano ossequenti e si studiano di custodire, trasmettere e sviluppare.

Risposi che una simile indicazione mi rammentava il consiglio dato da Bismarck a Napoleone III di prendersi il Belgio e lasciare la provincia Renana in pace; che noi non aspiravamo a Tripoli più che a Tunisi, ma desideravamo soltanto che codeste Reggenze fossero mantenute in statu-quo. Aggiunsi che di Tripoli non occorreva parlare neanche a titolo di compenso, se mai la Francia occupasse Tunisi un giorno, a meno che Tripoli non cessasse di far parte dell'impero turco.

L'avvenire è nelle mani di Dio (frase prediletta del sig. Freycinet) e potrebbe darsi, seguitò egli a dire, che un giorno, senza dubbio lontano, la Francia fosse condotta dalla forza delle cose ad occupare e ad annettersi la Reggenza di Tunisi. Noi non vorremmo che ciò avvenisse, se pur deve avvenire, a prezzo dell'amicizia che ci lega all'Italia e che desideriamo sinceramente di conservare. Voi partite ed io pure partirò in breve. Ci rivedremo ai primi di ottobre e ripiglieremo allora a parlare di questo argomento nella certezza che gli animi si saranno calmati in Italia ed in Francia e che potremo ragionare tranquillamente. Io potrò dichiararvi che la Francia non pensa punto nè poco all'occupazione di Tunisi; ma siccome l'avvenire è nelle mani di Dio e potendo accadere, in tempo più o meno remoto, che la Francia fosse proprio spinta dalla necessità d'una situazione qualsiasi ad occupare la Tunisia, io vi dichiarerò in pari tempo che, se un caso simile si presentasse, l'Italia ne sarebbe avvertita con ogni possibile anticipazione, ed ajutata dalla nostra influenza cordiale ad ottenere nel bacino del Mediterraneo un compenso proporzionato e sufficiente, affine di conservare l'equilibrio della rispettiva preponderanza.»

Appariva manifesto che l'occupazione della Reggenza da parte della Francia era questione di tempo; il Cialdini avvertì che l'unica via per impedirla era di “promuovere altre combinazioni„.

Alla fine di settembre assunse la direzione del Quai d'Orsay il sig. Barthélemy di Saint-Hilaire (ministero Ferry), e il Cairoli, sebbene ne fosse evidente l'inopportunità, ordinò al Cialdini di insistere affinchè il Gabinetto di Parigi non contrastasse la concessione del filo telegrafico diretto e indipendente dalla rete telegrafica francese. Il Cialdini, sebbene riluttante, obbedì e non ottenne nulla:

«Non si tratta — scriveva il 20 novembre — di buone ragioni.... ma semplicemente di un programma politico che la Francia ha adottato e non abbandonerà più. L'influenza francese, cacciata dall'Europa dal principe di Bismarck, s'è abbattuta sull'Africa, dove non teme di urtarsi con la Germania. Noi non riusciremo ad ottenere alcuna concessione dalla Francia con dei ragionamenti e delle mosse diplomatiche. È questa, da molto tempo, la mia convinzione. La Repubblica sa bene che questa politica ci ferisce e allontana — e bisogna riconoscere che di ciò essa non si preoccupa.»

Il 1.º febbraio 1881 il console italiano a Tunisi, Macciò, telegrafa a Roma:

«Oggi il Console francese ha informato il Bey che, considerate le condizioni attuali della Tunisia, la Sublime Porta ha deciso di destituirlo e di mandare Keredine ad amministrare il paese. La Francia essendo a ciò assolutamente contraria, era obbligata a fare una dimostrazione navale, e poichè questa avrebbe dato luogo nell'assemblea a interpellanze spiacevoli, era opportuno che Sua Altezza chiedesse l'invio di una squadra alla Goletta. Il Bey ha risposto che si rifiutava di credere al prospetto attribuito alla Sublime Porta, che non stimava di dover esprimere alla Francia il desiderio della dimostrazione navale, nè aveva da dare consigli su tale argomento.