Mio caro Depretis,

Siccome ti telegrafai, io partirò stasera alle 8,50. Alla stazione incontrerò Bargoni,[1] il quale mi darà la tua lettera.

S. M. mi fece chiamare e stetti con lui lungamente. Era di buon umore, come al solito, quantunque Correnti che lo vide stamane alle 8 mi abbia detto di averlo trovato un po' conturbato. Egli nulla spera da una combinazione in conseguenza della guerra d'Oriente. Crede anche lui che sia tardi e che non vi sia posto per noi. Nulladimeno mi raccomandò di fare tutto il possibile onde vedere di entrarci con qualche profitto. Fu diverso il suo linguaggio per l'altra operazione, cui realmente mira il mio viaggio. Il re sente il bisogno di coronare i suoi giorni con una vittoria per dare al nostro Esercito la forza e il prestigio che in faccia al mondo gli mancano. È linguaggio da soldato e lo comprendo. Aveva lo stesso desiderio il povero Bixio, il quale è poi morto così miseramente senza poter combattere un'ultima volta per la gloria del nostro paese.

E il Re ha purtroppo ragione. Se nel 1866 i generali non ci fossero mancati ed avessimo vinto nel Veneto e nell'Adriatico, gli austriaci non oserebbero parlare e scrivere di noi siccome fanno. L'Esercito Italiano avrebbe in Europa quell'autorità che gli fa difetto, e la parola d'Italia avrebbe una maggiore importanza presso i Gabinetti.

Ripariamo, se è possibile, il vuoto, e poichè ci credono buoni diplomatici, facciamoci valere affinchè la Patria nostra provi a coloro che non la rispettano abbastanza, che essa è qualche cosa nel vecchio continente.

Ti scriverò appena potrò darti notizie, da Parigi. Se per le questioni delle quali ti occupi hai bisogno di me, scrivimi pure.

Il tuo dev.mo
F. Crispi.»

— Alle 8,50 pom. partenza per Parigi, dopo avere ricevuto da Bargoni la seguente lettera di Depretis:

“Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Roma, addì 27 agosto 1877