Il di Launay aveva scritto:

«.... tout récemment, j'ai eu à ce sujet un entretien avec mon collègue d'Angleterre. Je lui parlais des conversations que j'avais eues dans les derniers jours du Congrès avec lord Salisbury, auquel j'exprimais le regret que le Gouvernement anglais ne nous eut au moins pas épargné la surprise d'apprendre par la simple voie des journaux la nouvelle de la convention relative à l'occupation de l'île de Cypre. Le chef du Foreign Office expliquait la chose de son mieux, et laissait entendre à mots couverts que l'Italie à son tour pourrait songer à un agrandissement vers Tripoli ou Tunis. Je n'etais pas autorisé à aborder une discussion à ce sujet.»

Dunque è indiscutibile che lord Salisbury ritenne che un compenso spettasse all'Italia, e se il suo pensiero fu manifestato in maniera che non parve chiaro al di Launay — e si comprende giacchè il ministro inglese non voleva rivelare l'accordo con la Francia — il “velame delli versi strani„ avrebbe dovuto stracciarsi nel 1881, quando la Francia andò a Tunisi.

La violenza adoperata dalla Francia per escludere dalla Tunisia l'influenza italiana, ebbe virtù di determinare in Italia un mutamento radicale nella pubblica opinione. Delusa della Repubblica francese — che la nostra democrazia aveva esaltato in confronto del caduto Impero — essa non vide scampo, per garentirsi da ulteriori sgraffi della sorella latina, che in un ritorno all'alleanza con la Germania.

Per la verità storica è opportuno ricordare che già nel 1880 il conte Maffei, segretario generale del ministero degli Affari esteri, autorizzato dall'on. Cairoli, aveva esplorato ufficiosamente il terreno a Berlino “circa la convenienza di dare ai rapporti fra l'Italia e la Germania un carattere più intimo, e avviarsi ad una vera e propria alleanza„. Il principe di Bismarck gli aveva fatto rispondere “che la via per arrivare a Berlino era quella di Vienna, e che anche colà dovevamo stabilire ottime relazioni se volevamo rinnovare gli antichi legami con la Germania„.

Ministro dell'Interno sotto la presidenza del Cairoli era l'onorevole Depretis, ed è probabile che per consiglio di questi — memore della missione Crispi — il Maffei fosse abilitato a interrogare l'oracolo di Berlino. Ma quando fu conosciuta la risposta del Bismarck, anche il Depretis, il quale divideva gli scrupoli e le esitazioni del Cairoli ad entrare in una via che ci allontanava decisamente dalla Francia, si dichiarò avverso ad un'alleanza con l'Austria.

Tuttavia, il Maffei — così egli raccontava a Crispi — insistette vivamente affinchè non si lasciassero cadere le probabilità offertesi di giungere ad una intelligenza intima con la Germania, sia pure trattando con Vienna.

Era allora Cancelliere austro-ungarico il barone Haymerle, ex-ambasciatore a Roma, che aveva dato prove di concilianti disposizioni in momenti gravi. Ambasciatore in Italia della Germania era il Keudell, il quale, tornando dal congedo, esternò il parere, che protestava esser suo personale, che a Berlino produrrebbe ottimo effetto la stipulazione d'un accordo segreto tra i due capi del governo italiano e dell'austriaco, a' termini del quale entrambi s'impegnassero a mantener la pace fra i loro rispettivi paesi, rinnovando il patto d'anno in anno. Appena questo fosse conchiuso, la Germania ci avrebbe formulato delle proposte circa il miglior modo di stabilire con noi un'alleanza per la reciproca tutela dei nostri interessi.

«Suggerii allora all'on. Cairoli di lasciarmi tastare il terreno in via riservatissima e direi quasi personale, servendomi dell'agente che il barone Haymerle designato m'avea come un intermediario di sua intera fiducia. L'opportunità d'impiegar un tal mezzo fu poco dopo riconosciuta. Inutile osservare che il sig. Keudell veniva spesso a interrogarmi sul risultato delle mie istanze, di cui era tenuto sempre a giorno. Egli approvava il divisamento di condurre le prime trattative in forma strettamente confidenziale. Ho il convincimento eziandio che il barone Haymerle era da Berlino posto al corrente di tutto questo, che vi faceva plauso, e aspettava con impazienza il noto messo. Autorizzatovi alfine, io lo mandavo a Vienna nel gennaio 1881. Non gli davo nulla in iscritto: le mie istruzioni furono verbali. Il patto pacifico da stabilirsi era tal quale lo aveva indicato il principe di Bismarck, per bocca del sig. Keudell, e se io prendevo necessariamente per base il rispetto dei trattati esistenti, mi avvantaggiavo anche di questo argomento per esigere che l'Austria egualmente ammettesse nel modo più solenne l'obbligo suo di non violare le stipulazioni di Berlino con una eventuale maggiore espansione nella penisola balcanica, a danno dell'Italia, e in ispecie per ciò che concerne il littorale adriatico.

«Io dicevo, in sostanza, all'uomo di fiducia del bar. Haymerle: l'Italia vuole bensì essere amica dell'Austria e osservare i suoi doveri, ma a condizione che l'Austria faccia altrettanto. Bisogna che il governo imperiale s'immedesimi dei nostri interessi, della nostra situazione; che tenga conto del nostro sentimento pubblico, il quale si rivolterebbe se un allargamento dell'Austria ancora avvenisse in prossimità del mare Adriatico. Su questo particolare io non potevo essere nè più preciso, nè più esigente, e ne feci uno dei cardini del negoziato.»