«Non sa il Governo italiano che le fortificazioni di Biserta sono in opposizione con gl'impegni assunti formalmente dalla Francia?
E non pensa a richiamare quegli impegni alla memoria del Governo di Parigi?
Non potendo far altro, il 14 febbrajo 1892 Crispi espresse al Re la sua angoscia con la seguente lettera:
«Sire!
Qual'è la miglior politica, lasciar fortificare Biserta o impedire che sia fortificata? Delle due vie l'Italia, sotto il mio ministero, scelse la seconda.
La questione fu trattata a Londra e a Berlino.
Lord Salisbury in conseguenza dei nostri reclami interpellò due volte Waddington su cotesto argomento: e l'ambasciatore francese assicurò Sua Signoria in modo positivo che il suo governo non mirava a fare di Biserta [pg!85] un porto militare. Ciò risulta da un telegramma giuntoci da Berlino il 28 gennaio 1891.
Da due dispacci del 5 e del 13 agosto 1890 fummo informati che circa la questione tunisina Caprivi aveva detto al nostro Incaricato d'affari che «la Germania non trascurerebbe gl'interessi italiani e saprebbe all'occasione fare onore agli impegni contratti verso di noi».
Alla sua volta il conte di Kálnoky il 5 agosto 1890 faceva al conte Nigra, sullo stesso argomento, la seguente dichiarazione: «Il governo Austro-Ungarico è disposto associarsi a qualunque azione diplomatica, insieme alle altre potenze amiche, in favore dell'Italia».
Io devo credere che nulla fu fatto negli ultimi dodici mesi che il mio successore ha tenuto il Ministero degli affari esteri. Dovrò anche supporre che sia rimasto senza risposta un dispaccio giunto da Londra alla Consulta dopo il 31 gennaio 1891. Intanto è constatato che a Biserta son cominciate le opere di fortificazione!
Con Biserta e Tolone i Francesi diverrebbero gli assoluti padroni del Mediterraneo.[20] A lord Salisbury io scrissi un giorno che, ciò avverandosi, l'Inghilterra non sarebbe più sicura in Malta e che potrebbe essere cacciata dall'Egitto.
«Sire!
Sarebbero maggiori i pericoli per noi, e ci si renderebbe necessario munire potentemente la Sicilia e la Sardegna, le quali, in caso di guerra, sarebbero le prime ad essere minacciate. Nè basta: dovremmo tenere forti eserciti nelle due grandi isole del Regno, ed occupata la nostra flotta nelle acque africane.
Per munire potentemente la Sardegna e la Sicilia vuolsi una enorme spesa, per la quale al Tesoro italiano mancano i mezzi. Comunque, in un momento in cui il governo di V. M. è obbligato a fare dolorose economie, è strano che per una falsa politica il governo medesimo debba esser causa di una nuova spesa.
Quello che importerebbe Biserta fortificata fu fatto palese a Berlino, e fu aggiunto che qualora scoppiasse la guerra, e la Germania fosse attaccata, noi non potremmo disporre di tutte le nostre forze, imperocchè saremmo costretti a localizzare la maggior parte delle [pg!86] truppe per prevenire gli attacchi che sicuramente verrebbero dal mare, ed in conseguenza per difenderci.
Quando la Francia occupò Tunisi promise che non ne avrebbe fatto una piazza di guerra. Oggi, fortificando Biserta, il governo della Repubblica non solamente manca alla promessa, ma muta lo statu-quo nel Mediterraneo. Con gli accordi del 12 febbraio e del 24 marzo 1887, la Gran Brettagna, l'Italia e l'Austria-Ungheria s'impegnarono a non permettere che questo mutamento avvenisse e, in ogni caso, si obbligarono a procedere d'accordo.
Io non porto la questione alla Camera perchè una pubblica discussione su così grave argomento nuocerebbe agl'interessi nazionali. Io poi personalmente ne raccoglierei nuovi odii dai Francesi senz'alcun beneficio pel nostro paese: e mi taccio.
Il silenzio del Parlamento e l'inerzia dei Ministri, mi permetta, Sire, di dirlo schiettamente e lealmente, non salvano il Re dalla sua responsabilità verso la Patria comune.
Costituzionalmente V. M. non è responsabile di quello che avviene, ma lo è moralmente dinanzi alla Nazione della quale è il Capo e il tutore. Or l'avvenire della Nazione può essere compromesso dalla politica attuale.
Questa lettera da parte mia non sarà comunicata ad anima viva; rimarrà segreta. È scritta per V. M. e per V. M. soltanto.
Ho creduto un dovere di coscienza di scriverla. Ho voluto anche questa volta testimoniare la mia piena fede nel Re, nel quale è personificata l'unità nazionale.
Al Re dunque doveva rivolgere la franca parola.
Ho l'onore di ripetermi di V. M.
L'umil. Dev. Servit. e Cugino
Francesco Crispi.»
Non risulta che il governo italiano facesse opera diplomatica efficace. I lavori furono incessantemente proseguiti, e quando Crispi ritornò al potere, nel dicembre 1893, essi erano giunti a tal progresso che ogni contrasto sarebbe giunto tardivo. Il 7 marzo 1894 l'ambasciatore Ressman, in seguito ad una pubblicazione che annunziava l'inizio dei lavori ch'erano, invece, molto innanzi, interpellò il Presidente del Consiglio, Casimir-Périer; [pg!87] il quale, abbandonato il sistema di denegazioni seguito in passato dai ministri francesi, dichiarò la realtà, giustificando però la decisione di fortificare Biserta col concentramento di truppe italiane in Sicilia, come se questo, invece che determinato dalle condizioni allora allarmanti dell'ordine pubblico in quell'isola, nascondesse il proposito di un colpo di mano sulla Tunisia!
Ma ecco la lettera del Ressman:
«Signor Ministro,
Sotto il titolo «Bizerte et la Spezia» il Figaro pubblica stamane in prima pagina un articolo che principia colle parole:
«Ci si assicura che sono stati testè dati ordini per cominciare i lavori militari di Biserta: felicito il Governo di questa patriottica risoluzione».
Riferendomi a quest'asserzione del Figaro, ho nell'odierna udienza domandato al signor Casimir-Périer se vi fosse alcun che di vero, non senza premettere che più volte i suoi predecessori, interpellati sui lavori che il Governo francese faceva eseguire nel porto di Biserta, avevano dichiarato che quei lavori avevano per solo scopo di facilitare alle navi mercantili l'accesso del lago interno e che erano intrapresi esclusivamente per ragioni e scopi di commercio.
Il Ministro degli Affari Esteri mi rispose che egli diede difatti gli ordini di proteggere l'entrata del canale di Biserta, dietro ripetuta richiesta del Bey di Tunisi e del signor Rouvier, circa sei settimane addietro. Egli ebbe la franchezza d'aggiungere che a tale risoluzione lo avevano determinato le apprensioni che allora qui si manifestarono per il sì considerevole accentramento di truppe italiane in Sicilia. Mi disse poi che i lavori militari a Biserta si limitavano all'armamento di due batterie, una sulla destra e l'altra sulla sinistra della entrata del canale, per le quali già da tempo erano state costruite le spianate e tracciati gli accessi, e che l'ammontare della spesa incontrata, che fu di soli 600 000 franchi, prova non essersi fatto nulla di eccessivo. Gli pareva d'altronde che non vi fosse ragione di giudicare questi lavori diversamente dai lavori di fortificazione di Tunisi pei quali si erano spesi 300 000 franchi.»
«Signor Ministro,