Il 9 e 12 agosto il prefetto di Napoli, senatore Codronchi, telegrafava al ministro dell'interno:
«Imbriani — d'accordo con Cavallotti — lavora per arruolare un numero di giovani, e tentare un'invasione nel territorio austriaco al solo scopo di turbare le relazioni fra lo Stato e l'Impero Austro-Ungarico. Si raccolgono armi.»
«In aggiunta miei precedenti telegrammi comunico che deputato Imbriani fu recentemente in Francia per prendere [pg!110] accordi sugli arruolamenti clandestini che dovrebbero servire a gettare alcune bande sulla Dalmazia.... Tra Parigi e Milano è vivissimo lo scambio di corrispondenze e di visite.»
L'on. Crispi fece quanto era possibile per mandare a monte gli insensati progetti, dispose buona guardia al confine e convinse i capi del movimento della vanità dei loro sforzi.
Il 13 settembre un certo Enrico Caporali attentò alla vita di Crispi, colpendolo al viso con un grosso selce. Si disse che dall'istruttoria penale fosse risultato che il Caporali aveva frequentato le riunioni segrete tenute dall'Imbriani. Comunque, simili atti di violenza sono ordinariamente il frutto delle intense agitazioni politiche, e la campagna che da mesi si faceva contro Crispi a cagione del suo fermo governo verso gl'irredentisti, non fu di certo estranea all'attentato.
L'8 di ottobre in un banchetto offertogli a Firenze, Crispi fece dichiarazioni recise sull'irredentismo:
«Da qualche tempo, con parole seduttrici, una pericolosa tendenza cerca adescare l'animo delle popolazioni: quella che grida la rivendicazione delle terre italiane non unite al Regno. I nostri avversari vi cercan materia di agitazioni, ed è materia che può appassionare le menti, sia pur generose, ma deboli ed irriflessive.
Circondato, però, in apparenza, dalla calda poesia della Patria, l'Irredentismo non è meno oggi il più dannoso degli errori in Italia.»
E svolse questo tema dimostrando che il principio di nazionalità non poteva essere la norma esclusiva della politica italiana, — che disarmo e guerra, cui miravano gl'irredentisti, erano termini antitetici che avrebbero condotta l'Italia a perdere unità e libertà, — che l'alleanza con l'Austria, togliendoci dall'isolamento, ci garentì nel 1882 dall'Austria stessa e ci garentiva la pace; e invocando, infine, la fede ai trattati, accennò altresì alla «virtù del silenzio» imposta dalla politica che ci conveniva.
In Austria, mentre si apprezzava la politica ferma e leale di Crispi, non s'ignorava ch'egli, venuto dalla rivoluzione, era uomo d'idee tenaci, e che non avrebbe subordinato gl'interessi [pg!111] del suo paese al tornaconto austriaco. E lo stimavano e l'onoravano per la sua abilità, come pel suo patriottismo. In un telegramma del 14 agosto, l'ambasciatore de Launay facendo una relazione del soggiorno dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, riferiva di un colloquio col Segretario di Stato:
«Imperatore d'Austria dichiarò quanto sia soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo ministro di tanta vaglia. S. M. imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gl'Italiani dell'Impero.»
Il Fremdenblatt, giornale officioso della Cancelleria austriaca, scriveva il 18 settembre in occasione dell'attentato Caporali: