«Il criminoso attentato alla persona del ministro presidente italiano, del quale per fortuna le conseguenze non sono gravi, diede occasione ad un numero straordinariamente grande di dimostrazioni di simpatia per l'illustre uomo di Stato. Sovrani e ministri attestarono al mondo colle parole di loro condoglianza quanta stima egli possegga all'estero. Nell'Italia stessa le principali rappresentanze civiche, le società, e persone private diedero a conoscere con telegrammi e con indirizzi di saper apprezzare condegnamente l'alto valore d'un Crispi, seguendo in ciò l'esempio dello stesso Re, le cui affettuose e ripetute domande sulla salute del ministro, onorano in egual misura il monarca ed il ministro stesso. Il giovane che lanciò il sasso contro del Crispi per ucciderlo, siccome egli medesimo confessa, ha con ciò provocato una corrente di simpatia, tale da mettere appunto in piena luce l'importanza del personaggio, ch'egli erasi prescelto a vittima. L'importanza di Crispi non è già riposta nelle sue eminenti doti politiche, o nella sua intelligenza, o nella presenza di spirito, o nella sua risolutezza ed infaticabile attività; no: essa è riposta in ciò, che egli tutte queste qualità le mise al servizio di una grande causa, che egli (e ciò appartiene senz'altro in prima linea al talento politico) è l'ardita guida su quella via, che egli stesso, uno fra i primi, riconobbe per la retta....

È questa l'epoca d'un'Italia veramente indipendente, vincolata a nessun patronato, che da vera grande potenza entra libera di se in una lega di grandi potenze. Il nome di Crispi è strettamente congiunto a questa evoluzione; più strettamente che quello d'alcun altro. Egli è il rappresentante dell'Italia novissima, e la sua posizione fra i personaggi politici d'Europa segna qual posto tenga l'Italia in Europa.» [pg!112]

Dal Diario di Crispi:

«1890 — 13 ottobre.

Verso le 11 ant. è venuto il barone de Bruck di ritorno in Roma dopo la villeggiatura.

Dichiarò aver visto due volte l'Imperatore Francesco Giuseppe, in luglio ed in questo mese prima della sua partenza per l'Italia.

L'Imperatore gli manifestò il desiderio di poter vedere spesso il nostro Re. Se il nostro Re lo invitasse alle manovre militari, l'Imperatore vi andrebbe volentieri. Queste visite potrebbero essere annuali, e ricambiarsi anche, andando il nostro Re alle manovre militari in Austria.

I Sovrani dovendo essere accompagnati dai rispettivi ministri, ne verrebbe che tra questi si renderebbero facili le comunicazioni e lo scambio delle idee. Grande sarebbe il beneficio che si otterrebbe da ciò e per le relazioni che diverrebbero cordiali fra i due monarchi e per la intimità che si costituirebbe fra i due ministri.

Venendo l'Imperatore alle manovre non intenderebbe aver soddisfatto all'obbligo della restituzione della visita al Re, dovuta dopo il viaggio di S. M. a Vienna nel 1881.

La restituzione della visita, lo comprende l'Imperatore, dovrebbe farsi a Roma. Egli non può farla nella posizione in cui si trova col Vaticano. S. M. I. e Reale se venisse in Roma non sarebbe ricevuto dal Papa; e il Monarca austriaco non potrebbe subire questo affronto: dovrebbe rompere col capo della Chiesa ed egli deve evitare un avvenimento di tanta importanza.

Francesco Giuseppe parlò di me al de Bruck con parole lusinghiere. Disse che il mio contegno, tenendo saldi i vincoli di alleanza fra i due Stati, assicura la pace e garantisce il benessere dei due popoli. L'Imperatore incaricò il de Bruck di portarmi i suoi saluti e le sue speciali felicitazioni.

Alle 7 di sera il de Bruck ritornò da me per darmi lettura di un dispaccio di Kálnoky, ricevuto nel pomeriggio. Il ministro si felicita del mio discorso di Firenze, dandone il più lusinghiero giudizio.»

[pg!113]

Il testo del telegramma del conte Kálnoky è questo:

«Io prego Vostra Eccellenza di esprimere al signor Crispi le mie più fervide congratulazioni per il suo discorso di Firenze e di dirgli che egli, colla sua geniale e logicamente inconfutabile esposizione degli interessi politici d'Italia, ha dimostrato al suo Paese non solo, ma a tutta Europa la rettitudine [die Richtigkeit] della sua politica. La qual cosa giova all'Italia e alla sua situazione internazionale.

Il suo linguaggio coraggioso e da vero uomo di Stato può, dagli alleati d'Italia che hanno iscritto sulle loro bandiere il rispetto ai trattati ed ai principii monarchici, essere considerato come una nuova prova che la Triplice alleanza così necessaria alla pace d'Europa, poggia sopra una solida base e possiede nella prudente ed energica personalità del Crispi un custode fedele preparato ad ogni eventualità.»

La corrispondenza che segue dimostra l'interessamento che Crispi metteva nell'eliminare le cause di dissenso tra l'Italia e l'Austria, e il buon volere del conte Kálnoky, e anche della Cancelleria germanica, nel secondarlo:

«Roma 3-9-1889.

Ambasciata Italiana

Vienna.

(Riservato). Prego Vostra Eccellenza far pratiche, adoperando tutta sua influenza personale, perchè il Governo Imperiale solleciti per quanto sta in lui l'azione della giustizia nell'affare Ulmann. Comunque debba essere la sentenza, è interesse politico dei due paesi che si termini presto un processo che rimane causa permanente di disagio, e che ad un dato momento potrebbe provocare nuovi serii imbarazzi. Vorrei Ella ottenesse prima di partire un impegno formale. Pregola telegrafarmi.

Crispi.»

Ambasciata Italiana

Vienna.