I Membri presenti in Roma del Consiglio Centrale della Società Dante Alighieri: Ruggero Bonghi, deputato al Parlamento, presidente — G. Solimbergo, deputato al Parlamento, vicepresidente — Giulio Bianchi, deputato al Parlamento — Ferdinando Martini, deputato al Parlamento — Avvocato Pietro Pietri — Dottor Gaetano Vitali, segretario.»
L'azione diplomatica che in quella circostanza spiegò l'onorevole Crispi risulta dai seguenti documenti:
«[Telegramma]
Conte Nigra ambasciatore d'Italia
Vienna.
Roma, 22 luglio 1890.
(Riservato-personale). Che il conte Taaffe abbia sciolto il Pro Patria, nulla ho da obbiettare, perchè trattasi di un atto interno di governo. Quello che dovrò osservare a V. E. è che il ministro austriaco ha commesso due gravissimi errori nella sua ordinanza: il primo nell'aver asserito esser stato spedito dal presidente del Congresso un telegramma alla Società Dante Alighieri, il che non fu; il secondo, nell'aver detto che questa abbia scopi politici ed irredentisti.
La Dante Alighieri è un'associazione meramente letteraria, e basta conoscere i nomi del suo Presidente e dei [pg!124] suoi socii per convincersi come essi sian di opinioni temperate e come nulla farebbero che potesse suscitare al Governo italiano imbarazzi internazionali.
Non posso intanto nasconderle che l'ordinanza austriaca ha prodotto una dolorosa impressione negli elementi più moderati del nostro paese, i quali si domandano se questo sia il modo col quale si possa mantenere tra l'Italia e l'impero vicino quell'alleanza che tanto ci è necessaria.
Qui tutti sospettano che il Taaffe, devoto al partito cattolico, sia contrario alla triplice alleanza e che vedrebbe di buon occhio lo scioglimento della medesima.
Voglia tener per sè queste informazioni e se ne serva col conte Kálnoky qualora lo crederà opportuno.
Crispi.»
Conte Nigra ambasciatore d'Italia
Vienna.
«S. E. Conte Nigra
Vienna.
Roma, 24 luglio 1890.
Signor Ambasciatore,
La Luogotenenza di Trento ha sciolto la Società Pro Patria. Il Governo del Re nulla ha da dire circa un atto di amministrazione interna che in sè stesso sfugge al suo giudizio, ciascuno Stato essendo padrone di governarsi con i criteri che gli sembrano più opportuni.
Debbo però affermare nell'interesse dei rapporti internazionali, che la notizia del fatto ha prodotto nel Regno la più penosa impressione, sovratutto per i motivi che dicesi abbiano ispirato il decreto di scioglimento.
In questo, difatti, si dichiara che due sarebbero le ragioni dell'atto luogotenenziale. La prima è che il Presidente del Congresso tenutosi a Trento il 29 giugno avrebbe inviato alla Società italiana Dante Alighieri, per mezzo del telegrafo, la sua piena adesione e le più sincere felicitazioni per l'opera della Società medesima. La seconda sarebbe, che la Società Dante Alighieri osserverebbe un contegno ostile alla Monarchia Austro-Ungarica e che le aspirazioni di detta società sarebbero rivolte direttamente contro gli interessi dell'Impero.
Or mi permetto di osservare, Signor Ambasciatore. [pg!125] che codeste considerazioni sono prive di fondamento. Anzitutto la Società Dante Alighieri presieduta dall'Onorevole Ruggero Bonghi, non ricevette alcun telegramma dal Congresso Trentino e per conseguenza la Luogotenenza imperiale e reale è stata male informata. È deplorevole che per un atto di tanta importanza s'invochino a motivo due notizie false.
Passo a ciò che più giova conoscere e che interessa un'associazione nazionale, quale è la Società Dante Alighieri.
La Società Dante Alighieri non ha scopi politici. I soci che la compongono appartengono al partito moderato e non vanno confusi — sarebbero i primi a sdegnarsene — con coloro i quali fanno professione d'irredentismo. La Società Dante Alighieri si propone il culto della lingua italiana in tutte le regioni in cui questa è parlata e non oserebbe far cosa che potesse influire sulla politica internazionale del Governo o pregiudicare l'azione di questo all'estero. Le relazioni della Società Dante Alighieri col Governo sono tali e così notorie che ritengo come un'offesa fatta a noi ogni imputazione che le si possa fare di tendenze faziose, o di atti che in qualunque modo o misura potessero ledere le buone relazioni che l'Italia mantiene coll'Impero vicino.
Voglio sperare che il Conte Taaffe, presa notizia delle cose come realmente sono avvenute, saprà correggere l'opera della imperiale e reale Luogotenenza di Trento. Non intendiamo con ciò influire sugli atti amministrativi del governo austriaco, ma solamente osservare che a nessuno è dato, ancorchè pubblico funzionario, offendere gratuitamente con ingiustificate imputazioni un governo amico. Il contegno del Luogotenente non è certamente di tal natura da mantenere quell'accordo che noi cerchiamo e ci sforziamo di tener saldo, a costo anche della nostra popolarità.
Allorchè io seppi che a Trento volevasi innalzare una statua a Dante e che il Governo austriaco aveva permesso non solo questo omaggio all'altissimo poeta, ma anche l'istituzione di una Società che tende a favorire il culto della lingua italiana, me ne compiacqui e rallegrai, vedendo in quell'atto di buona politica un fatto reale che alla nazionalità italiana guarentiva nel poliglotta Impero gli stessi diritti che sono guarentiti ai [pg!126] Tedeschi, agli Slavi, agli Ungheresi, ai Boemi, ai Rumeni ed a tutti gli altri popoli che fanno parte dell'Impero.
Ora sono dolentissimo di dover constatare le condizioni difficili che vengono fatte al Ministero Italiano in questa occasione. Finchè la fiaccola dell'Irredentismo si trovava accesa dai radicali, io non li temevo. Ma l'atto ultimo, il quale ravviva la memoria di altri atti non pochi che ogni tanto rivelano l'intolleranza di codesto governo, basterà, temo assai, a turbare o per lo meno a raffreddare la gente moderata e tranquilla, sul cui appoggio il governo sapeva di potere sino ad ora contare.
Non so se Ella riuscirà a far comprendere tutto ciò al Governo austro-ungarico e se il Conte Kálnoky dispone di sufficiente autorità per richiamare il suo Collega dell'Interno a migliori consigli. Dirò soltanto a Vostra Eccellenza come l'alleanza con l'Austria, che solo io potevo difendere, avrebbe contro di sè un maggior numero di nemici, e che non so se al 1892 o il mio successore od io avremmo la forza necessaria a rinnovarla.
Comprendo che il Conte Taaffe, che è cattolico convinto, potrebbe venire dalle ispirazioni del Vaticano indotto ad atti che lo obbligassero a combattere l'alleanza delle potenze centrali. Però al di sopra di lui sta S. M. l'Imperatore e Re, che si distingue per tanto buon senso e per tanta esperienza di governo, ed all'Augusto Sovrano non può sfuggire la considerazione che l'opera nostra, la quale è utile alla Monarchia, è resa oltremodo difficile se il suo Ministro non agisce d'accordo con noi per raggiungere lo scopo cui tutti miriamo.
Con ciò fo seguito al mio telegramma dei 22 sera. Le accludo copia della protesta direttami il 21 luglio dalla Società Dante Alighieri, e desidero che Ella si ispiri alle considerazioni che sono contenute in questa lettera per discorrere del delicato argomento con quelle riserve ed in quei modi che crederà più opportuni, avvertendo sempre che è mio intendimento evitare ogni causa di dissapori col Governo Imperiale e Reale.
Gradisca, signor Conte, gli atti della mia alta considerazione.
Crispi.»
«S. E. Conte Nigra
Vienna.
Signor Ambasciatore,
[pg!127]
«S. E. Crispi
Roma.
Vienna, 27 luglio 1890,
Signor Presidente,
Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della Società Pro Patria la quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della Società Dante Alighieri.
Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:
(Riservato). «Ringrazio V. E. della informazione che mi dà rispetto alla Soc. Dante Alighieri. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della Società Pro Patria a Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nella Neue Freie Presse annunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».
V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:
«Roma, 26 luglio 1890.
(Riservato). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il Decreto Pro Patria ed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato [pg!128] che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento del Pro Patria e del contegno e degli scopi dell'associazione italiana Dante Alighieri, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».
Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della Società Pro Patria e delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della Società Pro Patria con quella della Dante Alighieri di Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della Società Dante Alighieri in Roma.
Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della Società Pro Patria. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, [pg!129] che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.
Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.
Nigra.»
«S. E. Crispi
Roma.