Signor Presidente,
«S. E. Conte Nigra
Vienna.
Roma, 31 luglio 1890.
Signor Conte,
(Personale). Ho la sua del 27.
Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento del Pro Patria ritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.
Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.
Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.
Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.
L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.
Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.
L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi [pg!130] veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.
L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.
Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.
Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.
Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.
Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.
Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.
Dev.mo suo
F. Crispi.»
«S. E. Conte Nigra
Vienna.
Signor Conte,
«S. E. Crispi
Roma.
Vienna, 7 agosto 1890.
Signor Presidente,
(Personale). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della Società Pro Patria. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva [pg!131] impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.
Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.
Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la Società Pro Patria spinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.
E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.
Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro il Pro Patria si debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là dove proprio non ci sono.
Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni [pg!132] sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.
Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.
Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.
Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:
O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.
Mi creda, signor Presidente
Suo devotissimo
Nigra.»
«S. E. Crispi
Roma.
Signor Presidente,
[pg!133]
«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi
Roma.
Trieste, 3 agosto 1890.
Signor Ministro,
Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.
L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione del Pro Patria è stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.
Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.
Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.
Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.
Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.
I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in là del dovere, e non colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente. [pg!134]
A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.
Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.
In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.
Malmusi.»
«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi