L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un ministro del Re.
Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala del banchetto.
«Rimanendo indifferenti — soggiungeva — avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà [pg!138] con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»
L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione dall'ufficio.
La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con 271 sì, contro 10 no e 16 astenuti.
La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento del Pro Patria fu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione di Lega Nazionale. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di politica.
L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai seguenti telegrammi:
«Ambasciata Italiana,
Vienna.
Roma, 26 ottobre 1890.
(Riservato). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi società Dante Alighieri innanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro il Pro Patria. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione del Pro Patria [pg!139] citato la Dante Alighieri. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè il Fremdenblatt non continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.
Crispi.»
«Ambasciata Italiana,
Vienna.
«S. E. Crispi,
Roma.
Vienna, 26 ottobre 1890.
(Riservato). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera relativo nota Fremdenblatt. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.
Avarna.»