«S. E. Crispi,

Roma.

«S. E. Crispi.

Vienna, 27 ottobre 1890.

(Confidenziale). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.

La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.

Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.

Il principale capo di accusa contro il Pro Patria è.....(?) di essa con la Dante Alighieri. [pg!140]

Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente la Dante Alighieri e l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.

I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dal Pro Patria di essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.

Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.

Avarna.»

«S. E. Crispi.

«Ambasciata Italiana,

Vienna.

Roma, 27 ottobre 1890.

(Urgente). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere la Dante Alighieri, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.

Crispi.»

«Ambasciata Italiana,

Vienna.

«S. E. Crispi,

Roma.

Vienna, 28 ottobre 1890.

Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi alla Dante Alighieri, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra la Dante Alighieri e sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non [pg!141] aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.

Avarna.»

«S. E. Crispi,

Roma.

Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:

«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.

L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.

Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente [pg!142] che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»

E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue: