«5 febbraio 1891.

Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.

Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.

Kálnoky.»

E l'organo della Cancelleria, il Fremdenblatt, dedicava all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo solamente le prime righe:

«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio singolare ed importante.»

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In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere» gli telegrafava:

«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»

L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta italiano».

Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:

«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, [pg!144] e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.

Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.

Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»

Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo: