«Ambasciata Italiana,
Parigi.
Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare del 21 gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa francese come un fausto avvenimento, non migliorò punto la condotta della Francia verso l'Italia. Non era da attendersi il ritorno immediato ai rapporti commerciali convenzionali tra i due paesi, poichè sussisteva nel protezionismo dominante in Francia l'ostacolo che aveva reso impossibile, al principio del 1888, la stipulazione di un nuovo trattato di commercio; ma una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento alla presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con la rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito, per parte nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo, attraverso Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con la Germania, e non era disposta a contentarsi delle dichiarazioni amichevoli del nuovo gabinetto italiano, come non si era arresa alle ripetute dichiarazioni amichevoli di Crispi; essa [pg!160] esigeva che l'Italia si ritirasse dalla Triplice alleanza. E il suo ambasciatore a Roma aspettava fidente la scadenza del trattato, cioè il 20 maggio 1892:
«Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable, de manifester ses intentions relativement à la prolongation de la Triplice, divers motifs permettaient de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète liberté d'action.»[34]
Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva chiamato alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco, anti-triplicista dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò (giugno 1891) il trattato che aveva ancora quasi un anno di vita.
Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione. l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia» il cui primo effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato degli alleati, senza disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico vantaggio raggiunto da questa politica fu di mitigare il linguaggio della stampa francese; ma lo spirito pubblico in Francia non mutò a nostro riguardo, e i deplorevoli eccessi di Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri vicini d'oltre Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia dovette abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in Tunisia, e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto per le fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine del 28 settembre 1896.
Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers, Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato dal Re Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era il marchese di Rudinì. Si discorse della situazione politica europea e della necessità di adoperarsi al mantenimento della pace. Il Re avrebbe detto al barone Blanc che si sarebbe convenuto in quell'incontro l'intervento della Russia in nostro favore, ove mai avvenisse un casus foederis. Non si comprende [pg!161] bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse al casus foederis in vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto nel caso che il casus foederis si verificasse nel loro interesse. Nell'un caso o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice e sarebbe l'arbitra della pace in Europa. Ma è da osservarsi che si sarebbe fatta astrazione dall'importanza del litigio, e la pacificazione sarebbe sempre a danno del più debole.
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Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893, all'indomani dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai italiani erano stati uccisi o feriti determinando in Italia un vivo risentimento, accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte di Angoulême che assolse gli uccisori. Si presentò subito una questione delicata per l'indennità dovuta alle vittime o alle loro famiglie. Il governo francese si dichiarò pronto a presentare alle Camere un progetto di legge pel pagamento della somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte del governo italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000 franchi ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei fatti. Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti; tuttavia, per troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che i 30 000 franchi fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza degli asseriti danni.
L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio che avevano determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes, dette occasione al governo francese ad apprestamenti militari alla frontiera italiana. E quando Crispi fu obbligato, appena ripreso il potere, a richiamare una classe sotto le armi e a rimandare in Sicilia navi della R. Marina, che aveva dapprima richiamate, per ristabilire l'ordine pubblico gravemente compromesso, la stampa francese volle vedere in quelle misure nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova campagna giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli parlamentari francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e per mezzo delle Cancellerie delle potenze amiche che quelle inquietudini erano davvero assurde e quasi puerili. [pg!162]
Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo dell'esercito britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva all'ambasciatore Maffei la profonda impressione che aveva ricevuto osservando sulla frontiera franco-italiana alle Alpi marittime «uno straordinario aumento di truppe in pieno assetto di guerra» come se quel paese, da Cannes a Ventimiglia, «fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».