«A S. E. Crispi,
Roma.
Vienna, 19-3-1894.
(Personale). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti mi rendono incompatibile col posto di Parigi. Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere con soddisfazione dei due Governi.
Nigra.»
«A S. E. Crispi,
Roma.
Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti della Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.
In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due colloqui con Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta un'azione simultanea a Parigi per indurre il governo francese e la stampa parigina a cooperarsi per un riavvicinamento tra le due nazioni, il quale avrebbe avuto per base la riattivazione dei rapporti commerciali mediante la concessione reciproca della condizione della nazione più favorita, e la cessione della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente, il primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica francese, della quale era schiavo il governo, presieduto allora dal signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier dei colloqui avuti con Crispi, si dichiarò favorevole in massima; disse anzi al suo interlocutore: «la politica che noi seguiamo non ha altro risultato che di éterniser et aggraver la Triplice, la quale non è causa, ma conseguenza dei malintesi. [pg!165] «E aggiunse che se a stipulare un accordo poteva rattenerlo prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la posizione di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale di Crispi e riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che altri non avrebbe potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale il Casimir-Perier disse che la corrente protezionista in Francia aveva ecceduto i limiti, e che v'era qualcosa da fare per modificare un indirizzo anche politicamente nocivo; ma che temeva l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse che era necessario assicurarsi della Camera.
Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera il 30 maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale il signor Hanotaux ebbe la direzione degli affari esteri. Il 24 giugno un anarchico italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente della Repubblica, Sadi Carnot. Il governo e il popolo d'Italia, sinceramente commossi per quel delitto, manifestarono il loro cordoglio con tale solennità che a molti in Francia parve rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente, il buon effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per i maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e per la ripercussione che essi ebbero in Italia.
In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux, dal quale ebbe la promessa che durante le prossime vacanze parlamentari gli si sarebbe affidata la missione di venire in Italia per discutere con Crispi le basi di un accordo. Ma quando venne a concretare i suoi desiderata, l'Hanotaux chiese che l'Italia riconoscesse senza restrizioni il protettorato francese in Tunisia e accettasse una convenzione per la neutralizzazione dell'Harrar. Come corrispettivo offriva di non sollevare questioni per l'occupazione italiana di Kassala, che non interessava la Francia, e di non prendere partito in Etiopia nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni commerciali; nulla circa la Tripolitania.
Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo con l'Italia e rinunziò alla propria iniziativa. [pg!166]
Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere private che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale Menabrea come ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni brani, avvertendo che il Ressman, per la sua lunga permanenza in Francia e pel suo carattere conciliante, era un ottimista:
«Qui la situazione è molto chiara. La Francia non vuole per ora la guerra. In tutti i casi, non avendo un Trattato formale colla Russia, avendo soltanto o la fede, o la promessa d'essere assistita dalla Russia se fosse attaccata, non vuole attaccare ed evita possibilmente ogni provocazione. Profondamente turbata da un continuo lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo ancora se debba sperare o temere. Epperò le più strane interpretazioni di ogni suo atto sono ammesse, discusse e influiscono talvolta sullo stesso atteggiamento degli uomini del Governo» (24 gennaio 1894).
«Illustre Presidente ed amico carissimo,
Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con lettere vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente con anima, per secondare nel limite delle mie attribuzioni l'opera di pacificazione ch'Ella sì magistralmente va compiendo all'interno e che deve anche nei rapporti con questo paese produrre i risultati ai quali mira la Sua politica. Non v'è dubbio che l'orizzonte qui, verso il confine italiano, si rischiara a poco a poco, che v'è intransigenza molto minore e che si comincia a renderle giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai consistita che nei timori che in diverse circostanze il suo patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon sintomo anche il modo con cui le due Camere votarono l'accordo monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea che ciò potesse giovare all'Italia per suscitare proteste.
Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto che si potesse qui darci qualche prova di buon volere lo condussi a parlarmi per il primo dei rapporti commerciali. La sua personale influenza sulla Camera è [pg!167] grande, e le sue intenzioni sono buone. Ne ho la prova anche dal fatto che in un recente convegno coi Ministri delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli accampò la questione se fosse possibile di trovare una maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali, sulla base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo convegno, egli ieri mi disse che non si fiderebbe di presentare alla Camera un accordo con noi, se non fosse preceduto un accordo più facilmente accettabile con altra Potenza (la Svizzera), e che rispetto a noi una insormontabile difficoltà verrebbe sempre dai vini, giacchè coll'eccesso della presente produzione nel mezzogiorno della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero come un solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire più larghe le porte della concorrenza italiana.
Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure alquanto la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi mediante altri compensi. A questo proposito Vostra Eccellenza stimerà senza dubbio utile, come lo chiesi costì al conte Antonelli, di far studiare in confronto della tariffa minima francese le concessioni da noi offribili nell'eventualità di una futura trattativa. A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato delle intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili sue concessioni.
Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso conciliante verso di noi sopra una buona parte della stampa, mi disse d'avere visti personalmente otto Direttori a tal fine e m'espresse il suo compiacimento per il linguaggio che ora tien verso la Francia la stampa italiana. A ciò il Quai d'Orsay bada molto» (22 marzo).