«Illustre Presidente ed amico carissimo,

«Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile stampa nella questione economica dopo il viaggio del Re a Venezia e dopo la delusa speranza di vederci ridurre l'esercito, malgrado le dichiarazioni mezze negative e mezze dilatorie fattemi da Casimir-Perier, io non rinuncio alla speranza di approdare ad un accordo commerciale quando le nostre più gravi questioni interne saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già da tempo incaricò il Direttore generale della dogana di preparargli uno studio comparativo della nostra tariffa [pg!168] convenzionale colla tariffa minimum francese. Il Direttore signor Pallain che lo fece e me ne informò confidenzialmente, mi disse che secondo i suoi calcoli la tariffa minima francese sarebbe notevolmente più vantaggiosa per noi, che la nostra convenzionale per la Francia.

E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità di future trattative gioverebbe che un lavoro simile fosse preparato anche da noi. Ella vedrà se non convenga seguire il consiglio per essere pronti se mai.... matureranno le nespole. Ad ogni modo, si perde il tempo anche peggio negli uffici. Intanto spinge attivamente ad un'intesa anche Rouvier, che de' suoi convegni con Lei riportò qui la migliore e la più utile impressione. Oltre ai protezionisti arrabbiati ed agli chauvins, abbiamo da lottare anche contro ogni specie d'intrighi stranieri, d'ordine politico e d'ordine economico. Gli Svizzeri e gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte. Bisognerà dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e fino a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa, la quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese e le buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un prudente e dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo a credere alla possibilità d'una non lontanissima intesa; ma so quanto facilmente qui si passa dal bianco al nero e l'ardente mio desiderio di mettere questa vittoria al Suo attivo mi mostra gli ostacoli meno insormontabili che taluno non creda.

E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di giannizzeri di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura, questo secondo ferocissimo), a noi conviene desiderare che si mantenga il Presidente del Consiglio, essendo uomo di pronta risoluzione e in tali disposizioni che la parte a noi più favorevole potrà trascinarlo. Pur troppo, già battuto in breccia dai socialisti e dai radicali, egli ora deludendo nei clericali le speranze che la proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva fatte risorgere, si espone anche alle congiure pretine.

I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche gli atti addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione del quale fecero qui non poca impressione. Ma fra otto giorni nessuno ne parlerà più ed il savio e giustissimo linguaggio di Lei nella nostra Camera fu [pg!169] un'opportuna prova che non cerchiamo discussioni irritanti....

L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si diportò qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile dalla prima ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante cinque ore, egli dirigeva le ripetizioni del suo Falstaff, e quando lo ebbe condotto in buon porto e ottenuto un vero trionfo, volle darsi anche un po' di divertimento e salì fino alla lanterna della Torre Eiffel! È vero che nella lanterna il celebre ingegnere aveva fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione di visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande maestro farà dare qui il suo Otello e spera di ritornare a metterlo in scena. Non si potè dargli, come pure si sarebbe voluto, il Gran Cordone della Legion d'Onore perchè non lo ebbe mai nessun maestro nazionale. E Rossini morì semplice «commendatore dell'ordine rosso» (26 aprile).

«Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla anche questa volta preservata dal colpo d'un miserabile assassino e di non aver lasciato distruggere da una palla la rinascente speranza del nostro paese. Se potè esservi nell'istante dello scoppio un baleno di amarezza nel suo cuore, se Ella sentì, una volta di più, a quanta ingratitudine le imbecilli passioni possono far scendere la bestia umana, ho per certo che grande deve essere la Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo come dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito europeo che proclama e consacra la sua altissima missione e trova rispetto anche nelle file degli avversari.

Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del Suo telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro degli affari esteri della Repubblica.

Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla lo faceva in nome di tutto il Governo francese. Vari altri Ministri che incontrai ieri alle corse di Longchamp, ov'era invitato da Carnot al pari degli altri membri del Corpo diplomatico, mi manifestarono anche individualmente sentimenti di simpatia per Vostra Eccellenza.

Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila venne pure a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così [pg!170] fece Lord Dufferin che serba il migliore ricordo dei rapporti avuti con Lei» (18 giugno).

«Jersera il Presidente della Repubblica[35] invitò a pranzo tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e gl'inviati speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo alla sinistra del Presidente, che continua a trattarmi da amico, parlai a lungo con lui cercando con ogni parola ad agire sull'animo suo nel senso dei voti da Lei espressi nel telegramma direttomi in data del 29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo di mente molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due paesi si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la sua nomina fu accolta in Italia. (E credo sarà buona politica quella d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche per lui e gli elogi che merita il suo atteggiamento). Mi parlò con apprezzamenti giusti ed in termini eccellenti dell'opera già da Lei compita e ch'Ella andava continuando. Confessò che nello scorso dicembre non avrebbe osato credere ad una sì felice riuscita. Le rese ampia giustizia» (4 luglio).

«L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho afferrata a volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine (due ore e mezza di ferrovia da Parigi), ove passa le sue vacanze in una vasta e splendida proprietà di sua madre, per presentargli la risposta del Re alla lettera notificante la sua elezione e per riverirlo prima della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era possibile gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle 11 ½ fino alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi a farmi visitare da un'estremità all'altra l'esteso dominio (seicento ettari) di casa Perier.

Le do in poche parole il sunto della parte politica de' nostri lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun punto nero pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento della pace. Egli constata con soddisfazione il [pg!171] procedere corretto e cortese della Germania verso la Francia e ne attribuisce il merito, oltrechè alla saviezza dell'Imperatore, alle concilianti disposizioni del mio vecchio collega ed amico Münster, sempre disposto ad evitare attriti. Non è ancora ufficialmente informato di chi succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria, conte Hoyos, che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi nella vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.

Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera da Lei compita, riconoscendo quali fossero le difficoltà di questa e notando come anche la stampa ostile, soggiogata dai fatti, poco a poco disarmava di fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune parole sulla visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò una.... grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore, alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza, mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi smentita.

I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere il sentimento presente del signor Casimir-Perier erano, s'intende, la questione commerciale e quella della delimitazione africana. Come in conversazioni confidenziali recenti già me l'avevano detto il Ministro degli affari esteri e il Direttore generale delle Dogane, così anche il Presidente crede che sarà possibile, prima che finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane, come altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato personalmente d'avviso che intavolando prima trattative coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze della Svizzera; ma il Governo segue la corrente dell'opinione parlamentare e non si fida di poterla dirigere o non osa tentarlo. «Quantunque sia più facile un accordo colla Svizzera, mi disse il Presidente, le condizioni politiche esistenti fra le due repubbliche consigliandolo anch'essa, non dovete credere che per motivo politico si indugi a trattare coll'Italia: le difficoltà sono veramente e puramente d'ordine economico e dipendenti da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto sia protezionista la stessa tariffa minima francese e osservando [pg!172] d'altra parte che la Francia l'applica ormai a quasi tutti gli Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere sole ragioni economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè il danno economico era reciproco. E gli citai, in quanto al vino, le continue rimostranze della Camera di commercio francese di Milano la quale in più articoli del suo bollettino diede la prova del vantaggio che vi sarebbe per la Francia di prendere in Italia, anzichè in Ispagna, quel vino di cui pur sempre abbisognava l'industria di Bordeaux.

Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante volte aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier il desiderio che mediante una concordata delimitazione intorno ad Obock fosse eliminata la possibilità d'attriti fra noi in Africa, che un nuovo mio suggerimento a tal fine non poteva nè sorprenderlo, nè parergli inopportuno. Gli raccontai ciò che da ultimo era accaduto tra il signor Hanotaux e me e come la questione fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i pericoli d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano specialmente favorevoli per iniziare una trattativa senza la pressione quotidiana della Commissione coloniale ed aggiunsi d'essere certo che le entrature non sarebbero respinte da Vostra Eccellenza. Il Presidente non si addentrò in una discussione, nè recriminò contro il protocollo anglo-italiano; mostrò invece buona volontà e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non dubito che lo farà e che lo farà con buona intenzione; ma Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che prima di trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della possibilità di un'intesa. Allora egli non era preparato a formolare un programma e disse che avrebbe ripresa la questione in serio esame: ma se il risultato di quest'esame lo condusse a scoprire un diritto della Francia sulla città di Harrar, come recentemente affermò a Lord Dufferin, prevedo che la buona volontà del Presidente della Repubblica lascierà il tempo che trova. Non è però meno vero che la persistente migliore intuonazione della stampa francese a nostro riguardo rende poco a poco il terreno più arabile, e se con ciò le tendenze generali si modificheranno, crescerà pure l'influenza più benefica degli [pg!173] amici nostri e degli uomini savii sui politicanti chauvins e intransigenti.

Per ora la grande preoccupazione del Governo francese sono gli anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver lasciato fare al male progressi enormi. Le minacce piovono su tutti i membri del Governo e ciò che rivelano arresti, perquisizioni ed interrogatorii non diminuisce le apprensioni. La sua naturale arditezza e noncuranza del pericolo espone l'attuale Presidente molto più che non fosse esposto l'infelice suo predecessore» (24 agosto).

«Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento presso il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come difatti ieri feci) io doveva parlare degli intrighi sempre continuati dei signori Chefneux e consorti in Etiopia. Gliene potei discorrere tanto meglio inquantochè già sovente, quand'era Ministro degli affari esteri, io mi era con lui querelato di quegli intrighi. Protestò, come sempre fece, che il Governo non c'entrava per nulla e non incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux ogni possibile vigilanza.

La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise Thomas, nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone Mauriziano che Vostra Eccellenza m'inviò per lui, non ebbe limiti. Egli mi creò perfino barone nella lettera di ringraziamento che mi pregò e che ho l'onore di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia più vegeto, e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi compositori.

Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi ed a Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta, talchè sono in fatto compensate anche le decorazioni da Lei accordate ai Direttori ed al Capo d'orchestra dell'Opera» (1 novembre).

Molti francesi vennero in quell'anno 1894 a Roma e furono ricevuti da Crispi: i deputati Deloncle, Mermeix, Pichon, Léon Bourgeois, Ferdinando Brunetière, il senatore R. Waddington, Emilio Zola e altri. Tutti promisero di adoperarsi presso i loro [pg!174] amici per una pacificazione tra la Francia e l'Italia, ma tornati in patria o non tennero parola o constatarono la loro impotenza. «Il Billot — scrisse Crispi nel suo diario — invece di aiutare l'opera mia, ha cospirato e continua a cospirare coi miei nemici. Egli fa al suo governo dei rapporti velenosi.»

In gennaio 1895 sollevò grande scalpore il richiamo da Parigi dell'ambasciatore italiano. Il Ressman era da lunghi anni devoto personalmente a Crispi; maggiore fu quindi il rammarico di questi quando dovette constatare che dinanzi alla condotta malevola e insidiosa dell'Hanotaux, l'azione del Ressman era inefficace. Nel diario di Crispi, sotto la data di giovedì, 6 gennaio 1895, si legge:

«Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva essere allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo presso il barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi che Ressman non poteva rendere utili servigi all'Italia.... Egli non ha influenza presso il Governo francese.»

Il Billot, nel libro più volte citato[36], ha scritto a proposito del richiamo del Ressman molte inesattezze. Lo ha attribuito a Crispi — «car nul ne songeait à imputer au baron Blanc la responsabilité de la décision prise» — e per motivi personali, cioè perchè il Ressman non seppe ottenere dal governo francese soddisfazione per alcuni articoli del Temps ingiuriosi contro il presidente del ministero italiano. È certo che Crispi fu irritato dell'ingerenza di quel giornale ufficioso del governo francese nella campagna personale condotta allora contro di lui dal Cavallotti e compagni, ingerenza la quale gli confermava che quella campagna di denigrazione aveva ispiratori e collaboratori francesi. Egli aveva rilevato in uno degli articoli del Temps talune dichiarazioni fatte imprudentemente in Roma, con parole quasi identiche, dal Billot, il 13 dicembre precedente, a un collega del corpo diplomatico che glie le aveva riferite. A conferma di cotesto legittimo risentimento valga il seguente telegramma: