L'intervista alla quale alludeva Crispi era stata accordata dal ministro di Portogallo a Parigi e dal Segretario particolare del re Carlo al corrispondente della Tribuna di Roma, e in essa i due personaggi avevano dichiarato che il re Carlo non faceva l'annunziata visita in Italia perchè non poteva prolungare la sua assenza dal Portogallo. D'altronde, il Nunzio pontificio a Lisbona aveva fatto sapere ai giornali cattolici di quella capitale il vero motivo della decisione del Sovrano portoghese.
Un grave fermento si notava frattanto in Portogallo che faceva temere delle sorti della dinastia. Nella stampa, anche in quella più ligia alle istituzioni monarchiche, e nei circoli politici della capitale portoghese, il biasimo diveniva ogni giorno più acerbo. Il Jornal do Commercio, autorevole e diffuso organo del partito monarchico-progressista, pubblicava nei numeri del 15, 16 e 18 ottobre articoli violenti, dei quali citiamo qualche brano:
«.... Abbiamo posto in dubbio, fin da principio, la convenienza politica di tal viaggio, ma eravamo lungi dal poter prevedere gli incidenti, che si vanno manifestando e che non sono solo un disdoro pel Re, ma altresì un obbrobrio per la Nazione che egli rappresenta.
Chi lasciò partire così alla ventura di quanto potesse succedere, il Re di Portogallo?
Chi doveva essere, se non questo Governo senza scrupoli...? Giacchè consigliò il viaggio reale o lo consentì, gli incombeva di formularne il programma di completo accordo coi Governi delle Nazioni che il Re proponevasi di visitare. [pg!196]
Non fece ciò, lo trascurò interamente, ed il risultato eccolo, senza parlare del rimanente: — un conflitto col proprio zio Umberto, o col Santo Padre, a scelta, il quale può tosto risolversi in una rottura di relazioni, o, nel migliore dei casi, in un fiasco di più pel Portogallo; e, questa volta, ricadendo sulla stessa corona del suo Sovrano, al cospetto dell'intera Europa.»
«.... Il Governo non ha neppure il decoro di tentare una difesa; e neppure ha l'alterezza di assumere le rispettive responsabilità.
Aspettavamo oggi alcune spiegazioni alla vergognosa situazione in cui trovasi il real viaggio, tanto preconizzato, allorchè fu annunziato, come sommamente benefico pel paese.... Il Governo nega l'esistenza dell'incidente diplomatico nel quale si avvolse colla Curia e col Governo del Quirinale, non si difende della propria imprevidenza, non assume la minima particella di responsabilità, ed al contrario, la scarica sopra.... chi? Sul Re, sullo stesso Re.
Dubitate?
Aprite il Diario de Noticias e leggete:
«Nulla è ancora deciso circa l'andata di S. M. il Re a Roma, questo viaggio dipendendo dai piani che farà Sua Maestà....»
Ciò che sembra incredibile, è scritto, e scritto col tono di una informazione ufficiale. E, infatti, è noto essere il Diario de Noticias uno dei ricettacoli delle informazioni del signor Presidente del Consiglio.
In detta piccola notizia, d'apparenza così innocente, contiensi tuttavia questa enormità: di ciò che succede, la colpa non è del Governo, poichè i piani del viaggio non sono suoi, ma del Re.
Sono del Re?
Lo saranno! Il Diario de Noticias che lo afferma, lo saprà ed in tal caso è da deplorarsi che il Re non sia stato all'altezza da delinearli. Ma non è a lui che legalmente si possono far risalire responsabilità, poichè l'articolo della Carta che lo fa irresponsabile è tra quelli che la Dittatura non revocò....»
«.... I sorrisi ironici cominciano già a spuntare nella stampa straniera, diretti specialmente contro i consiglieri responsabili del Re di Portogallo, i quali gli preparano quest'avventura, ma striscianti già sulla stessa persona [pg!197] del Capo della Nazione Portoghese, per modo che potrà benissimo avvenire quanto prima, che i cronisti parigini comincino a ingrandire la già troppo pesante leggenda della gaité delle cose portoghesi.
Ma il Governo più nulla sente di ciò...!
Sconcertato dall'inatteso incidente, conscio del suo grave errore e delle sue enormi responsabilità, sta come se fosse stato spaventato da un fulmine; perdette la facoltà di sentire, di pensare, di deliberare e di procedere.
È in stato di completa paralisi, di sincope; e per quanto si riuniscano a consiglio i dittatori, poco più conseguono, che di guardarsi gli uni gli altri, e di grattarsi automaticamente la testa, senza che ciò valga a dissipare la prostrazione in cui trovasi il suo contenuto.
E mentre i ministri non risolvono, il Re Don Carlos, in attesa che risolvano, si mantiene in Parigi, nel non interrotto rinnovarsi di caccie, corse e teatri, come se estraneo agli avvenimenti, nei quali è implicata la sua personalità, ed in una evidenza, in faccia all'Europa, secondo noi poco propizia ai suoi interessi ed a quelli del Paese.
È indispensabile dunque, che il Governo si svegli, e prenda una deliberazione, che tronchi prontamente l'incidente, il quale se non può ormai essere soppresso, conviene non ingrossi e non si protragga, poichè il Portogallo ed il suo Sovrano nulla hanno da guadagnare in ciò; al contrario.
Il male è fatto, lo scandalo è dato e tutto ciò è ormai irrimediabile; il Re non può andare in Italia....»
Il governo portoghese, in realtà, rimase per parecchi giorni indeciso sulla via da prendere; o meglio, deciso a non affrontare le ire del Vaticano, non sapeva quali potessero essere le «spiegazioni amichevoli» che il re Carlo avevagli ordinato di dare a Crispi. Il 17 ottobre, l'Incaricato d'affari italiano a Lisbona si recò dal ministro degli affari esteri per domandargli quanto vi fosse di vero nell'affermazione di parecchi giornali che S. M. Fedelissima avesse deciso di astenersi dalla sua visita a Roma. Il signor de Soveral rispose che «l'idea del viaggio a Roma non era definitivamente abbandonata» e affermò che «il Governo portoghese non si era impegnato con la S. Sede a [pg!198] rinunziarvi». Ed esprimendo il profondo rammarico suo per le spiacevoli complicazioni sorte dal viaggio del Re, aggiunse che quel viaggio aveva «una grande importanza politica, specialmente nei rapporti con la Germania e l'Inghilterra, date le pendenti questioni coloniali».
Poco tempo prima il de Soveral aveva assicurato il rappresentante di un'altra grande potenza che il Re si era messo in viaggio «per distrarsi»!
Due giorni dopo un giornale ufficioso del gabinetto portoghese, La Tarde, pubblicava un comunicato del tenore seguente:
«Ci consta che il Re non andrà per adesso in Italia, proseguendo invece il suo viaggio per la Germania e l'Inghilterra.»
Il Diario de Noticias, anch'esso governativo, riproduceva cotesto comunicato facendolo seguire da un telegramma del suo corrispondente parigino così redatto:
«Parigi 19. — Essendo stato impossibile ottenere dal Governo italiano che il Re di Portogallo fosse ricevuto altrove che a Roma, e visto l'atteggiamento del Papa, Sua Maestà ha deciso di rinunziare alla sua visita in Italia, proseguendo da qui per la Germania. È giunto il signor Visconte de Pindella (Ministro di Portogallo a Berlino) il quale accompagnerà il Re a Berlino».
L'ispirazione ufficiale di questa notizia era indiscutibile, ma intanto la Legazione italiana non riceveva alcuna comunicazione. Il ministro de Soveral era così imbarazzato, che per qualche giorno rimase invisibile al Ministero degli Affari esteri oltrecchè al di Cariati, anche ai rappresentanti degli altri Stati. La partecipazione dell'abbandono del viaggio a Roma fu fatta il 21 ottobre, contemporaneamente a Lisbona e alla Consulta.