Il governo italiano non volle aggravare la situazione. Speciali riguardi erano da esso dovuti alla Corte portoghese imparentata con la Casa reale d'Italia, ma non poteva d'altronde rinunziare a precisare dinanzi all'opinione pubblica italiana ed all'Europa come lo spiacevole incidente fosse nato e si fosse svolto. Cosicchè quando il 21 ottobre il ministro Carvalho diresse [pg!199] una nota al nostro Ministro degli Affari esteri nella quale si partecipava che la visita del re Carlo era aggiornata indefinitamente «per l'assenza da Roma del re Umberto e per l'impegno del re Carlo di trovarsi a giorno fisso presso altra Corte», Crispi dovette, a salvaguardia della responsabilità e dignità del governo italiano, esporre in un comunicato dell'Agenzia Stefani la verità e annunziare che all'Incaricato d'affari d'Italia a Lisbona era stato dato l'ordine di interrompere le relazioni diplomatiche col governo portoghese e di limitarsi alla trattazione degli affari correnti. Una frase del comunicato fece impressione, quella che «augurava cordialmente al Portogallo di recuperare la propria indipendenza».[38]
Nel Diario di Crispi, sotto la data del 21 ottobre ore 21 ½ si legge:
«Visita di Carvalho e Vasconcellos in casa mia. Il Vasconcellos è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi a Lisbona nell'ottobre 1858. Dopo i saluti consueti, egli accennò all'incidente del viaggio del Re Carlo. Risposi:
— Quello che è avvenuto è deplorevole. Amico vostro sin dal 1858, vi ricevo quale amico e non quale ministro di S. M. Fedelissima presso il Re d'Italia.
E quale amico vi dirò che il vostro Governo ha agito con molta leggerezza. Noi non avevamo chiesta la visita del vostro Re, e non ce n'era bisogno.
— È vero, e sono io che il primo ottobre venni a comunicare l'avviso ufficiale al sottosegretario di Stato, Adamoli. Venni qui da voi, ma non vi trovai. Andai poscia a Monza per darne partecipazione a S. M. il Re Umberto.
— Or bene, fatto ciò, il vostro Governo doveva andare sino al fondo, e non doveva cedere alle minaccie del Papa. Voi lo sapete, il Vaticano fa guerra alla monarchia italiana, non ostante il nostro contegno benevolo e corretto verso il medesimo. È una questione interna [pg!200] italiana, e voi vi avete dato carattere internazionale.
Noi non ci adonteremo per questo. Ma innanzi al mondo, voi avete preferito il Papa al Re d'Italia, avete soddisfatto il nostro nemico, il quale ritiene l'azione negativa di Re Carlo quale vittoria della Santa Sede. Per ora ci limitiamo a non mandarvi alcun ministro. Vedremo dappoi quello che a noi converrà.
— Fo appello alla vostra amicizia di comporre il dissidio. Non ve lo domando per me, ma pel mio povero paese.
—— Comprendo la vostra premura; ma nulla ho che fare per ora. Ve lo ripeto, quale ministro del Portogallo non avrei dovuto ricevervi. Vi ho ricevuto e parlato come amico e questo nostro colloquio non ha nulla di ufficiale.
Dopo un breve silenzio, il Vasconcellos si è levato e ci siamo divisi cordialmente.»
La rottura delle relazioni diplomatiche con l'Italia ferì l'amor proprio del popolo portoghese e fu un grave colpo al prestigio del Governo e della Dinastia. Il veto del Vaticano raggiunse lo scopo di turbare ancor più un paese le cui condizioni interne erano già difficili. Il Papato, il quale non si preoccupò del male che sapeva di fare, fornì la prova della sua politica nefasta che ogni considerazione subordinava alla cieca ostilità all'Italia. Ma nessun giornale portoghese potè dolersi della decisione del governo italiano. I fogli liberali, al contrario, giustificarono questo con un linguaggio che non era mai stato adoperato. Il Jornal do Commercio interpretava fedelmente il sentimento della grande maggioranza del suo paese nel seguente articolo del 26 ottobre:
«Si è veduta mai maggiore incoscienza?
Il Governo di S. M. il Re d'Italia, di un Sovrano che è nè più nè meno che fratello di S. M. la Regina Donna Maria Pia, interrompe le sue relazioni col nostro Governo.
E qual è l'atteggiamento del Governo Portoghese?
Si limita a far inserire nel giornale officioso La Tarde quanto segue: [pg!201]
«Il Diario de Noticias che accenna a questa nota la commenta nei termini seguenti:
.... «Sembra pertanto dal modo in cui la stessa stampa italiana apprezza i fatti, che questo raffreddamento sarà di breve durata».
«Concordano pienamente colle nostre le informazioni del nostro collega».
Questo, in poche parole, vuol dire semplicemente quanto segue:
«Il Governo italiano sta di cattivo umore? Non c'è da preoccuparsene: gli passerà!»
Tali sono le soddisfazioni che il Governo crede di dare al Re Umberto, cioè al monarca più strettamente imparentato col Re Don Carlos, per la sconvenienza [semcerimonia] del procedimento che adoperò verso di Lui.
Perchè la verità è questa: Il Governo portoghese — secondo le sue dichiarazioni — volle usare verso il Re d'Italia ogni cortesia ed amabilità, ma — in conclusione — ciò che si osserva è che l'effetto di tale cortesia e di tale amabilità fu semplicemente quello di lasciare il monarca italiano perfettamente paralizzato dinanzi al Papa e di far constare che Roma è appena la capitale d'Italia.... in partibus.
Ciò fatto, il Governo portoghese poco si cura del giustissimo risentimento dell'Italia e telegrafa al Re di Portogallo che non se ne dia pensiero, che il risentimento dell'Augusto suo zio non è che un capriccio infantile perchè non fu fatta la sua volontà, che il capriccio gli passerà e che, frattanto, Sua Maestà può continuare a divertirsi per avere una distrazione dai mali che il paese sta soffrendo e per non preoccuparsi soverchiamente delle notizie che ci giungono dall'Affrica e dalle Indie.
Lo diciamo in coscienza: tanta insensatezza, tanto sconoscimento dei proprii doveri, tanta inconsideratezza, verso il paese e pei sagrificii che esso fa, non possono che essere precursori di gravi avvenimenti perchè sono sintomi indubitabili di uno stato di dissoluzione dei poteri dirigenti che ne preannunziano già chiaramente l'ora estrema.
No! Le cose non possono continuare così. Il paese può pagare col suo danaro e col suo sangue le aberrazioni dei suoi governanti, ma non può tollerare che in [pg!202] faccia all'Europa, la sua onestà, il suo decoro, la sua dignità, la sua fierezza siano resi solidali delle spregevoli manovre nelle quali si tenta involgerlo.
No! l'opinione protesta ed è necessario che il Re intenda, ed intenda bene, che se acconsente a lasciarsi trascinare alla sconsiderazione universale alla quale lo conducono gli errori dei suoi Ministri ed i suoi propri errori, il paese — lo stesso paese monarchico — non vuol essere travolto in questa fiumana ed altamente protesta contro questi procedimenti di governo e di diplomazia, nei quali l'illegalità, la violenza, la leggerezza ed il solo desiderio di godere — al coperto della più pazza incoscienza — si dànno la mano per annichilirci e disonorarci.
Noi non vogliamo mancare al rispetto dovuto al Re, ma è indispensabile convincerlo che questo stato di cose non può continuare. Non v'è una voce sola che non lo dichiari. Nobili e plebei, vecchi e giovani, ricchi e poveri, tutti sono unanimi nel riconoscere e nel lamentare che il Re ed il suo Governo non soddisfano le aspirazioni politiche e morali della nazione.
Il tedio incomincia ad invadere tutte le classi, già spunta il disprezzo e se il Re non capisce l'urgenza di retrocedere sulla via che ha presa liberandosi dal nefasto suo governo ed ispirandosi a migliori e più serii esempi, male gliene avverrà, rovinerà nel dispregio pubblico e sè stesso e la Corona gloriosa di cui fu erede.
Lunedì scorso partì per l'India la spedizione comandata dal proprio fratello del Re e le tristi notizie che ci giungono da Goa non sono tali che possiamo avere piena fiducia sull'esito finale della lotta e dei sacrificii cui vanno incontro i nostri soldati.
Non sarebbe stata questa una propizia occasione perchè il Re tornasse direttamente in Portogallo, ponendo a tempo un termine dignitoso all'incidente italiano?
Tutto lo indicava, ma tanto il Re quanto il suo Governo, ciechi l'uno al par dell'altro, non lo videro, e la vigilia di quella giornata grave e penosa Sua Maestà non trovò nulla di più opportuno che di andarsi a distrarre nel teatro della «Gaité» dagli alti suoi doveri di capo dello Stato, e di rammentare le pagine della nostra epopea indiana.... ascoltando i «couplets» dei «Vingt huit jours de Clairette».
Che ufficiali e soldati abbandonino le loro famiglie, [pg!203] offrendo in sacrificio alla patria la miglior parte del loro sangue; che il contribuente sparga il suo sudore per soddisfare le esigenze della nazione....
In cima a tutto ciò passa trionfante il Re di Portogallo, violando i suoi giuramenti, calpestando le leggi, senz'altro pensiero ostensibile se non quello di menar vita allegra e senza fastidi.
Per quanto sia duro a dirsi, vi sono due cose che nessuno negherà: cioè la verità fotografica del quadro che abbiamo tracciato, l'opportunità di gridare ad alta e chiara voce ciò che tutti nell'intimità riconoscono.
Siccome non chiediamo dalla Corona la soddisfazione di alcuna ambizione e poichè, al contrario, siamo mossi da un irresistibile impulso di civico dovere, assumiamo di buon grado questa ingrata missione di dire la verità al Re, e non la tradiremo perchè non siamo mossi da odii, nè da timore.
Monarchici e conservatori liberali quali siamo, noi sappiamo che il nostro posto è questo!»
La soluzione data all'incidente dal Governo italiano fu giudicata favorevolmente da quasi tutta Europa (fece eccezione, naturalmente, la stampa clericale), e raffreddò le accoglienze che il re Carlo ebbe in Germania e in Inghilterra.
Da Berlino, l'ambasciatore conte Lanza scriveva in data 20 e 31 ottobre:
«.... Il barone Marschall si espresse, fin d'allora, meco in termini sdegnosi per l'incapacità, la debolezza, del resto ben note, del Gabinetto di Lisbona. S. M. Fedelissima arriverà qui il 1.º novembre. Essa aveva fatto chiedere di anticipare di una settimana il suo arrivo, ma S. M. l'Imperatore rispose che non poteva riceverlo prima di quell'epoca, già precedentemente fissata. Di feste a Corte non si parla finora e Sua Maestà non farà col re Carlos, che si tratterrà qui pochi giorni, molti complimenti, tanto più dopo l'incidente del viaggio a Roma....»
«Segretario di Stato dipartimento Esteri quasi volendo scusare ricevimento Re del Portogallo, mi disse iersera confidenzialmente che, stante l'incidente viaggio Roma, feste sono state ridotte stretto limite convenienza, non [pg!204] vi sarà ricevimento ufficiale Berlino, ma solo al Neuen Palais a Potsdam ove Re del Portogallo alloggia. Sabato pranzo a Potsdam senza invito Corpo diplomatico. Domenica Loro Maestà interverranno Opera ove avrà luogo non la così detta rappresentazione di gala, ma soltanto teatro paré. Giornali parlano appena arrivo Re del Portogallo.»