«Simpatizzo completamente colle vedute, colle apprensioni di Crispi circa le cose di Candia. Sarei favorevole ad una azione comune delle potenze, ma non è facile scorgere la via da seguire praticamente. La occupazione militare fatta da qualsiasi delle grandi Potenze o dalla Grecia, getterebbe completamente la Turchia nelle braccia della Russia e produrrebbe nel momento eccitamento assai pericoloso nella penisola balcanica.»

In conclusione, Crispi non proponeva un intervento armato, ma un'azione diplomatica, la quale, fatta collettivamente da [pg!237] quattro grandi potenze, avrebbe raggiunto lo scopo. Si lasciò cadere la sua proposta perchè non si volle dispiacere il Sultano richiamandolo all'adempimento dei suoi doveri. E questa astensione interessata si è ripetuta sempre per le riforme in Macedonia, in Armenia, in Albania, ed è la vera causa della durata di un regime nefasto che, divenuto un male estremo, doveva finire coll'essere distrutto coll'estremo rimedio della guerra degli oppressi contro gli oppressori.

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Le simpatie di Crispi per l'Albania avevano fondamento anche nel ricordo delle origini della sua famiglia, emigrata nel secolo XV dall'Albania appunto e stabilitasi, dopo lunga peregrinazione, a Palazzo Adriano, in Sicilia. Ma, devoto al principio delle autonomie nazionali, egli augurò sempre alla nazionalità albanese di sottrarsi al dominio turco e di formare uno stato indipendente; e quando alla vigilia del Congresso di Berlino, il principe di Bismarck e il conte Derby gli accennarono all'Albania come ad un possibile compenso per l'Italia dell'occupazione austriaca della Bosnia e dell'Erzegovina, Crispi non si mostrò soddisfatto dell'offerta. Non si può dire quello che egli avrebbe fatto se fosse stato al governo quando il Congresso affidò all'Austria «l'amministrazione a tempo indeterminato» di quelle due provincie turche; ma il fatto è che nei successivi accordi che da ministro prese con l'Austria-Ungheria e con l'Inghilterra, l'indipendenza dell'Albania fu considerata come la definitiva sistemazione di questo paese nell'eventualità di un suo distacco dall'Impero Ottomano.

Nel Diario di Crispi troviamo un accenno all'Albania nelle note di un colloquio da lui avuto il 26 ottobre 1896 con Domenico Farini, presidente del Senato.

«Al 1877 — tu lo saprai — noi eravamo contrarii a che l'Austria si prendesse la Bosnia e l'Erzegovina. Esposi cotesto pensiero, a nome del governo italiano, a Derby e a Bismarck, i quali con un accordo che a me parve meraviglioso, mi risposero: Prenez l'Albania.

Naturalmente, io replicai: Qu'est-ce que nous devons en faire?

E Derby allora: C'est toujours un gage. [pg!238]

E Bismarck: Si l'Albanie ne vous plaît pas, prenez une autre terre turque sur l'Adriatique.

Il senso delle parole dei due uomini di Stato era chiaro a me che avevo motivato il mio rifiuto di dare all'Austria la Bosnia e l'Erzegovina, dal punto di vista della difesa militare dell'Italia. Le frontiere orientali sono aperte all'invasione nemica, e rinforzando l'Austria con nuovi territorii il danno era tutto nostro.

Ma se realmente Crispi non ebbe nel suo programma positivo l'annessione dell'Albania all'Italia, neppure ammetteva che quel territorio turco potesse cadere nel dominio di un'altra potenza. In un suo scritto del 1.º maggio 1900, egli manifestò la sua mente su tale argomento colle seguenti parole:

«In questi ultimi tempi si è asserito, con molta leggerezza, che la diplomazia viennese meditava l'occupazione dell'Albania. L'asserzione è delle più singolari. L'Albania non è slava; è una nazione che ha una personalità propria, che ha lingua ed usi a sè, ricordanti le origini pelasgiche.

Così essendo, si comprenderebbe che, accogliendo un lungo ed antico voto, si consentisse all'Albania di proclamare la sua indipendenza — ma sarebbe gravissimo errore pretendere di incorporarla con i paesi slavi d'Europa.

L'Albania fu quella che, più d'ogni altra, resistette alle occupazioni turche. E se al secolo XV, dopo la morte di Giorgio Castriota, vinta, dovette subire il giogo ottomano, essa non fu mai doma; e in questo secolo fu la prima ad insorgere vigorosamente. Albanesi sono le più nobili figure degli eroi che illustrarono il risorgimento ellenico — e se la Grecia avesse avuto virtù di assimilazione, queste popolazioni, che tanti punti di contatto avevano con essa per aspirazioni politiche e per fede religiosa, oggi forse farebbero parte della Grecia. Invece, gran numero di Albanesi venne a prendere stanza nell'Italia meridionale e in Sicilia.

Concedere oggi l'annessione dell'Albania all'Austria non sarebbe un vantaggio per questo impero e sarebbe, invece, un danno incalcolabile per l'Italia che vedrebbe così cancellata e per sempre ogni traccia di sua influenza [pg!239] sull'Adriatico. Tanta offesa alle nostre ragioni, ai nostri diritti che una gloriosa e secolare tradizione consacra, non sarà compiuta.

L'Albania ha in sè tutti gli elementi per uno Stato autonomo, meglio che non li avessero Serbia e Bulgaria — e consentendole uguale autonomia di governo, l'Europa compirebbe opera civile. Le relazioni di intima e cordiale amicizia, coltivate per ben cinque secoli, la rendono assai più affine a noi che non all'Impero austriaco, dove l'annessione sua non farebbe che aumentare dissidii di razze e confusione di lingue.»

Tuttavia, in varie epoche, a Crispi sono dall'Albania pervenute invocazioni senza che egli le incoraggiasse o anche mostrasse di gradirle. Ne citiamo una sola registrata nella seguente lettera:

«Jannina, 6 gennaio 96.

Signor Ambasciatore,

In questi giorni è ritornato da Argirocastro, dove si era recato per affari professionali, il Dr. Fanti, nativo di Argirocastro e regio suddito. Il Dr. Fanti, appena di ritorno dal suo viaggio, mi fece chiedere un colloquio, nel quale mi manifestò quanto segue:

Egli mi disse che non appena giunto in Argirocastro venne tosto visitato dalla maggior parte dei bey albanesi, non solo mussulmani, ma bensì cristiani, i quali lo pregarono caldamente, appena ritornato in Jannina di recarsi tosto dal Cav. Millelire perchè egli volesse far giungere sino al Governo Italiano le loro idee.

I bey albanesi dissero al Fanti che oramai non vi era più dubbio come le sorti della Turchia fossero per precipitare, e che in mezzo allo sfacelo imminente gli occhi di tutti i veri albanesi, sia mussulmani che cristiani, sono incessantemente rivolti al di là dello Adriatico, all'Italia. Essi hanno pure dichiarato che giammai si uniranno alla Grecia, che piuttosto bruceranno il paese ed uccideranno i loro figli; che tutte le loro aspettazioni, i loro desiderii sono concentrati nei fratelli italiani, a capo dei quali sta la degna persona di S. E. Crispi, di cui già conoscono la energia, l'abilità ed il cuore albanese. Aggiunsero ancora che il giorno in cui il vessillo [pg!240] italiano apparisse sulle sponde dell'Epiro, un grido di gioia all'unisono accoglierebbe lo stendardo di civiltà e che i fratelli italiani dovunque sarebbero accolti colle braccia aperte.

Credo mio dovere di sottomettere a V. E. quanto mi fu trasmesso dai bey albanesi per mezzo del Dr. Fanti, per iscarico di ogni mia responsabilità. Io però non ho ad essi trasmesso in risposta che parole vaghe e generiche, onde non impegnare in modo qualsiasi nè la mia azione, nè quella del R. Governo.

Il R. Console
Millelire.»