«Contrariamente ad ogni aspettazione, risposta Sultano ai tre ambasciatori fu un rifiuto. Sua Maestà dichiara che le riforme da lui promulgate anteriormente saranno applicate a tutta l'Armenia, ma senza alcun controllo estero. Tre ambasciatori decisero ieri sera riferire risposta ai loro governi ed aspettare istruzioni.»
Il 17 giugno la Porta assicurò che le riforme sarebbero state attuate in base all'art. 61 del Trattato di Berlino, sotto la sorveglianza di un Alto Commissario «degno di fiducia» — e che alle ambasciate sarebbero state date informazioni circa l'esecuzione delle riforme medesime.
La Russia e la Francia, che avevano accettato di partecipare all'inchiesta soltanto per sorvegliare l'Inghilterra, furono felici di separarsi da questa nell'apprezzamento dell'affronto ricevuto. «Mentre l'ambasciatore britannico è molto irritato — si telegrafava a Roma — l'ambasciatore di Russia prende la cosa quasi con indifferenza». E a lord Salisbury — ritornato allora al Governo — non rimase che raccomandarsi a Berlino affinchè l'ambasciatore di Germania a Costantinopoli suggerisse alla Sublime Porta l'accettazione del maggior numero possibile delle riforme proposte «per non rendere difficile la situazione del nuovo Gabinetto inglese di fronte all'opinione pubblica».
Nel dissenso delle Potenze è naturale che il Governo turco continuasse nel suo sistema di mancare alle promesse. Il 1.º di ottobre una moltitudine di armeni, riunitasi al Patriarcato armeno di Costantinopoli, si diresse per varie vie alla Sublime Porta con lo scopo di presentare un memoriale relativo alle riforme. In vari punti di Stambul la gendarmeria assalì quella gente pacifica, ferendo e uccidendo parecchi, e facendo numerosi arresti.
Dall'ambasciata d'Italia si mandavano a Roma queste informazioni: [pg!249]
«Folla armeni continua stazionare presso Patriarcato protestando non volere disperdersi se non hanno garanzie per loro sicurezza.
Nuovi particolari sui fatti di ieri confermano ferocia repressione, prigionieri trattati con crudeltà inaudita. Oggi altri fatti isolati si produssero in diversi punti della città. Anche in Galata situazione considerata assai grave.»
Le ambasciate delle grandi potenze furono di nuovo concordi nel richiamare l'attenzione della Porta sulla eccezionale gravità di quel che avveniva sotto i suoi occhi, affermando risultare loro da informazioni sicure «che privati musulmani hanno percosso e ucciso dei prigionieri armeni condotti da agenti di polizia, senzacchè questi vi si opponessero, — che si sono prodotti attacchi di privati contro persone assolutamente inoffensive, — che i prigionieri feriti furono uccisi a sangue freddo nelle corti della polizia e nelle prigioni».
Il 4 ottobre il Patriarca armeno invocava la protezione degli ambasciatori per i suoi connazionali terrorizzati; egli affermava di non potere persuaderli ad uscire dalle chiese ove si erano rifugiati. In seguito a questo appello, gli ambasciatori presentavano alla Porta una nota collettiva nella quale, insistendo sulla gravità degli avvenimenti passati, si chiedeva al Governo ottomano quali misure contasse di prendere per calmare l'agitazione musulmana e armena, prevenire il ripetersi dei deplorati incidenti e proteggere cristiani e stranieri. Reclamavano inoltre una inchiesta immediata e severa; e frattanto risolvevano di far avvicinare a Costantinopoli le navi stazionarie.
L'8 e il 10 ottobre da Trebisonda telegrafavano:
«Terribile massacro Armeni; tutt'oggi città in balìa del popolo turco armato, truppa scarsissima impotente lasciò fare, anzi soldati presero parte massacro e saccheggio. Vittime molte. Consolato, chiesa, scuola protette, ma pericolo ancora immenso. Indispensabile immediato invio truppa da Costantinopoli.»
«Massacro ieri l'altro durato dalle undici alle quattro, seguìto completo saccheggio case, negozi armeni. Morti sopra cinquecento (?). Notte seguente, lo stesso accadde [pg!250] villaggi armeni vicini. Ieri, calma relativa salvo nuovo panico rumore sparso arte; Consolati tuttora quantità rifugiati. Positivamente, massacri concertati connivenza autorità civili e militari. Valì, contro formale promessa, chiese truppa solo dopo massacro. Jersera, arrivò battaglione con maggior generale nominato presidente tribunale guerra. Stato d'assedio oggi proclamato. Aspettasi corazzata russa.»