Diminuita, ma non sedata l'agitazione, la Sublime Porta si persuase a riprendere il programma, proposto dai tre ambasciatori, delle riforme armene, le quali il 17 ottobre furono promulgate con un iradè del Sultano. Non erano tutte le riforme sulle quali l'Inghilterra specialmente aveva insistito, ma lord Salisbury dovette pel momento contentarsene, sebbene senza speranza che raggiungessero lo scopo della pacificazione.

La comunicazione del testo delle riforme deliberate era stata fatta ufficialmente soltanto ai tre ambasciatori. L'Italia, insieme alla Germania e all'Austria-Ungheria, dovette reclamare in base al Trattato di Berlino uguale trattamento, per trovarsi sullo stesso terreno delle altre potenze nella sorveglianza dell'adempimento da parte della Porta degl'impegni assunti dinanzi all'Europa.

La questione, in verità, era tutt'altro che chiusa: i massacri di cristiani continuavano in Armenia; fu proposto un altro passo collettivo delle Potenze presso la Porta per invitarla ad esercitare la sua autorità pel mantenimento dell'ordine pubblico; ma gli ambasciatori russo e francese dissentirono, giudicando quel passo inutile e inopportuno. In realtà il Governo imperiale, dopo avere scatenati gli odii e il fanatismo religioso, era impotente a trattenerli; e il peggio era che l'anarchia si estendeva in altre provincie dell'Impero ottomano. Le cose giunsero al punto che i sei ambasciatori non poterono, dinanzi ai pericoli che sovrastavano, non accordarsi in un atto di protesta, che fu una diffida. Il Sultano licenziò tutti i ministri, allontanò Kiamil-pascià, di cui diffidava, relegandolo ad Aleppo; ma con la scelta dei nuovi suoi consiglieri accrebbe le diffidenze sulle sue intenzioni. Che cosa di Abdul-Hamid si pensasse in quel momento (novembre 1895) nelle sfere diplomatiche di Costantinopoli, si legge in queste righe: [pg!251]

«Ambasciatore di Germania a Costantinopoli opina che il Sultano si sostiene soltanto per rete inestricabile spionaggio, organizzato da tutte le parti, che rende tutti reciprocamente diffidenti, ed impedisce congiure. Marschall ritiene situazione sempre più grave. Russia ed Inghilterra assicurano non volere intervenire, ma avvenendo catastrofe, possono eventi essere superiori buon volere. Si prevede eventualità di dover spodestare Sultano attuale e mettere al posto successore naturale. Ad ogni modo Marschall confida nella stretta unione delle Potenze della triplice alleanza.»

Intanto, mentre il nuovo ambasciatore italiano in Turchia, Pansa, telegrafava:

«Kiamil partito oggi per Smirne, ove ottenne essere destinato, invece di Aleppo. Corre voce possibili nuovi cambiamenti ministeriali. Temesi ripetizione dimostrazione armena in Pera, il che creerebbe gravissimo pericolo. Sultano in preda morbosa esaltazione, che rende possibile qualunque sorpresa. Tutti gli ambasciatori si sono oggi riuniti per combinare misure eventuale protezione.»

Crispi ordinava l'invio della flotta italiana nelle acque turche. Contemporaneamente il Governo francese decideva che una divisione della sua squadra del Mediterraneo si recasse in Levante.

Le navi Re Umberto, Doria, Stromboli, Etruria, Partenope partirono da Napoli il 16 novembre.

Frattanto gli ambasciatori presso il Sultano telegrafavano ai rispettivi Governi che, in vista del crescente malcontento dei turchi e di qualche possibile catastrofe a Palazzo, era opportuna la presenza nel Bosforo di un secondo stazionario, con marinai da sbarco per la protezione delle ambasciate. Avutane l'autorizzazione, gli ambasciatori richiesero il firmano per l'entrata negli Stretti della seconda nave; ma, nonostante il parere del Consiglio dei Ministri, il Sultano, temendo che l'Europa preparasse la sua deposizione, rifiutò di accordarlo. Riunitisi i rappresentanti delle grandi potenze, quello d'Inghilterra, Currie, propose che se il firmano richiesto non fosse accordato, [pg!252] i secondi stazionarii entrassero nei Dardanelli sotto la protezione delle squadre; dissentirono gli ambasciatori di Russia e di Francia dichiarando di non avere istruzioni dai loro Governi.

La proposta di Currie combinava col parere del Cancelliere austro-ungarico, conte Goluchowski, comunicato ai Gabinetti delle Potenze il 15 novembre. Il Goluchowski opinava che tutte le Potenze tenessero in Levante squadre, dalle quali gli ambasciatori a Costantinopoli potessero in breve tempo distaccare navi per la protezione della vita e della proprietà dei connazionali. Non si sarebbe dovuto, in caso di necessità, fermarsi dinanzi alle proteste della Porta per l'entrata delle navi da guerra nei Dardanelli.