[LA TRIPLICE ALLEANZA E L'INGHILTERRA.]
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[Capitolo Decimo. — La crisi delle alleanze e degli accordi.]
La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. — Conseguenze immediate dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente avvertite dal Blanc. — Germania e Austria desiderano il ritorno di Crispi al governo. — Colloqui di Crispi con gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria. — I torbidi interni del 1893-94 deprimono il credito dell'Italia all'estero. — Guglielmo II e Crispi. — Motivi del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. — Nomina di Hohenlohe. — Favorevoli disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia. — Crispi e il dissidio anglo-germanico pel Transvaal. — L'Italia nella politica internazionale al principio del 1896. — La crisi delle alleanze e degli accordi. — I tentativi per ristabilire le antiche intelligenze con l'Inghilterra falliscono. — Dal Diario di Crispi. — Necessità di estendere i patti della Triplice alla protezione degl'interessi italiani nel Mediterraneo e in Oriente. — Energiche rimostranze di Crispi. — L'imperatore di Germania annunzia un suo viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi prima della venuta dell'imperatore deve abbandonare il governo.
Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese le redini del Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione dell'Italia in Europa. La Triplice era stata rinnovata, ma era tornata ad essere come nel primo periodo, dal 1882 al 1887, un legame oneroso; e gli accordi speciali con l'Inghilterra e con l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento della Triplice, erano caduti nel nulla.
Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione fosse pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze per un diverso orientamento della politica italiana, l'edificio innalzato con tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono [pg!258] a guardarci con diffidenza; — la Francia, tra le proteste di amicizia a lei e il mantenimento dell'alleanza con le Potenze centrali, non vide chiaro e continuò le sue ostilità; — l'Inghilterra, convintasi della nostra incostanza e debolezza, accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i costi con la sua antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando questa situazione: le nostre alleanze ci garentivano l'integrità territoriale, ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque; e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni della grande politica europea.
Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che fu ministro degli affari esteri nel secondo ministero Crispi, aveva veduto subito nel 1891, dall'osservatorio importantissimo che era allora Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li aveva segnalati:
«Terapia, 30 giugno 1891.
.... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia anche per la protezione dei nazionali esteri, che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime, onde anarchia in un governo che senza ingerenza europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali. Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze; li oppone, più che non potè far mai pel passato, l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.
I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri, il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare: «Che direste se accettassi la protezione russa?» Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero allora in tempo le squadre inglesi o le squadre [pg!259] alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno, neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria? e della possibilità di soddisfazioni, a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà popolare? Basti ricordare come trionfò la causa della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che, anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze dei popoli.
Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento che a tale situazione è pericoloso applicare la massima inertia sapientia; che la pace e lo statu-quo legale non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni; che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli essenziali interessi italiani; che il programma di pace essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari, cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche, o un pegno preso sulla eredità d'una Francia minacciata di smembramento; e che in conclusione, perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse nella coscienza italiana non un espediente necessario [pg!260] alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo, dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro potenze sugli scali del Levante.
Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze che furono adottate senz'altro a Vienna e a Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono il patto fondamentale della nuova politica europea in Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza, consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze per noi più naturali e più facili, a favore delle autonomie e della libertà degli stretti; questo programma, infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti, la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze. Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo, oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!
Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra, Germania e Francia, le quali sole si inoltrano verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza sul continente nero, — mentre la Tripolitania senza l'hinterland non è più, per le relazioni che a noi premono tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi un non valore, secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano la pace e l'apparente statu quo, sipario calato davanti agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo [pg!261] noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....
«Costantinopoli, 2 settembre 1891.
Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine del Foreign Office, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al punto da far temere che ne approfitti a scopi politici chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione nell'Isola.
Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione in Germania, aveva con me un colloquio particolare nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe diretto prossimamente una comunicazione sugli affari cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.
Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia, anche quando Austria e Germania non vi prendessero parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.
Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in [pg!262] base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia, di assumere informazioni circa la notizia pervenutale «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia e coll'Austria-Ungheria, aveva fatto passi presso la Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date, il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni dei consoli locali austro-ungarici sulle cose cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami il barone di Calice, a colloqui confidenziali coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti di Londra e di Vienna verso la politica italiana.
Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra, sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi per notificarmi il risultato delle sue conferenze col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia, la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto, salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse non poter prevedere se questi rappresentanti di Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi [pg!263] passi più o meno confidenziali, ma ritenere che ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli, ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del 30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.
Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio «in espresso appoggio» al passo formale dato dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria per Candia, senza partecipazione al regio Governo; in secondo luogo, la conformità del linguaggio del barone di Calice con quello del signor de Giers, il quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica, il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione di complicazione internazionale circa Candia.
Così risultava ad evidenza che le due potenze alle quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da Atene, delle cose di Candia.
In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti [pg!264] di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei negoziati che precedettero la visita della squadra francese a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti d'un governatore cristiano personalmente grato alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta, vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè diventava così meno esclusiva la preponderanza russa in Atene, aggiungendovisi la francese.
Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra e dell'Austria-Ungheria in una questione pur mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White a me e al barone di Calice non avere più pratico valore le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887, che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto parola a Roma.
Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi in ogni caso in intima relazione come per il passato con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra [pg!265] non solo debbono essere considerate in pieno vigore, ma costituiscono una base preziosa ed importante dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente. Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale, se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania, le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza nostra comune; ma che delle tante questioni presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche, nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo, osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione sui pericoli per la conservazione dello statu quo in Oriente del sistema di doppio governo vigente qui, ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi comuni delle potenze amiche in Oriente. [pg!266]
Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra, alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana, altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza mi dispensa dal ritornare, traevano per me chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative a quella questione di Macedonia che, inseparabile per la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani nella penisola balcanica, continuasse in Turchia la politica di esclusivismo economico che le era mal riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane sottoposte alla protezione austro-ungherese fino a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione ai reclami inglesi e italiani contro la complicità del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica dei rispettivi nazionali a beneficio della lista civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata dall'Austria-Ungheria al Sultano.
Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque in presenza di qualche nuova combinazione a nostro danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White non rispose.
Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi al pari di sir W. White non essere diminuita la [pg!267] nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto ed intavolò francamente la conversazione sul grave argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari di Candia ed alludendo a disposizioni che negli ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate a Roma a favore della Russia, disse non potersi sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi dalla curée finale che si fa in Palazzo degli ultimi elementi di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice considerare successo bastante alla propria situazione l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che assume nella Turchia la stessa indole politica che in Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo non solo di conferire col conte di Montebello ma «di trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra, aveva consigliato al suo collega di Francia a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione il mio collega di Germania aggiunse che la questione di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava iersera.
In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese [pg!268] avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate, vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del 30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra, programma che io ho pur ordine, finora non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi d'Inghilterra e di Germania....»
Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato tutti i suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione perduta e rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni nelle quali si erano impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri dei due imperi centrali quando Crispi nel 1891 lasciò il governo d'Italia, erano tuttavia in carica e si deve credere che desiderassero il ritorno di lui al potere, poichè mentre Crispi ne sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e barone De Brück gli recavano messaggi e voti.