Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. Dal Diario più volte ricordato riferiamo qualche nota:

«L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe prendere dal Vaticano.

— Il Papa — dissi — è nemico della Triplice perchè questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale ed assicura a noi il possesso di Roma. [pg!269]

— L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa. Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute. È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco. E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero? Quale sarà il vostro contegno?

— Io? Sono fuori dalla politica militante....

— Ma l'Italia non può continuare con un ministero come l'attuale.

— Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»

Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nel Diario:

«Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.

Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge che ne sono preoccupati anche a Vienna....

— Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo. Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.

— Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini, non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....

— Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.

— .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano, ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia [pg!270] devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato a ritirarmi completamente dalla politica....

— E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»

Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri, Crispi non rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica estera. Portare nella trattazione delle maggiori questioni internazionali il suo criterio e l'autorità del suo nome era un dovere ch'egli sentiva come presidente del Consiglio, e non avrebbe saputo mancarvi anche perchè la politica estera era stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.

Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano così gravi che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento non vi furono per qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano; tutti i partiti, dominati dal timore, seguivano ansiosamente l'azione di Crispi rapida, energica contro un movimento anarchico che minacciava un caos sociale e politico. Ristabilito l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e restaurata la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad addentarlo le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione internazionale.

La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore a Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:

«Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato non bastava certamente a porre argine. Poche volte Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto, se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni. Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni e le smentite mie.»

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In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero Crispi, che aveva avuto una manifestazione solenne nel 1889 in occasione del viaggio a Berlino del Re Umberto, era un ricordo del passato. Il ritorno di Crispi ridestò la speranza che potessero tornare i giorni della intimità italo-germanica. «L'imperatore Guglielmo — riferiva l'Ambasciatore Lanza — non dubita che passeggere sieno le nubi che passano sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo lo stesso generale Lanza riferiva: