— Ma perchè? Mi sarei io dunque nuovamente ingannato?
— Non c'illudiamo, Filippo! La vostra amica non potrebbe sempre avere a' suoi comandi quest'ora tenebrosa e le dolci emozioni di questo momento.... no! Io non m'esporrò mai a farvi pesare come un sacrificio il dono che potreste farmi della vostra mano. Pensate, amico mio, ch'io sono gelosa; ch'io so d'aver perduta quella infelice bellezza di cui ero troppo superba: vedrei una rivale in ogni femmina che vi si appressasse.
— Avresti torto, Fanny; poche donne certamente potrebbero gareggiare con te di sentimenti sì nobili e delicati. Oh! mi stimi tu così stolto da credere la bellezza il pregio più importante della donna ch'io volessi far mia compagna per tutta la vita? La bellezza è così effimera e passeggera — tu stessa l'hai sperimentato — ma quali doti più intime, quali grazie più apprezzabili non hai tu saputo acquistare! Oh Fanny! questo non è nè il tempo nè il luogo più conveniente per farti una proposizione sì seria quale è quella di unire i nostri destini. Potresti credere ch'io volessi approfittare d'un momento d'ebbrezza. Scendiamo, mia buona amica: ripiglieremo questo discorso a miglior occasione. —
La povera Fanny era rapita in un'estasi deliziosa. Le parea di sognare ancora queste parole, come più volte le avea sognate senza sperare che s'avverassero mai! Scese a braccio di lui tutto il pendìo senza sentir sotto a' piedi la terra. Le acacie mosse dal vento spargevano di bianchi e odorosi fiori la via. Giunti sul limitare della sua casa, si strinsero più strettamente la mano. Le labbra ardenti del giovane sfiorarono le chiome di lei dalla notturna rugiada inumidite e disciolte. Stettero alcuni momenti in quella affettuosa attitudine, e si separarono.
La fanciulla, oppressa dal peso della sua stessa felicità, non tardò a coricarsi; ma non dormì, come ognuno si può figurare. I suoi pensieri erano una preghiera, un ringraziamento, un dubbio consolato dalla certezza, un trionfo dell'anima che poteva finalmente aspirare alle più sublimi gioie della vita. — Ma la mattina seguente pensandovi a mente più riposata tornò seriamente al primo proposito; e presa la penna cominciò a scrivere al buon Filippo una lettera in cui gli veniva esponendo i suoi dubbi, e la sua risoluzione di non legarsi con lui. «D'una cosa — diceva ella — io poveretta avevo bisogno per non darmi alla disperazione: di sapermi non disprezzata, amata un poco da voi! Senza di questo la mia vita mi sarebbe parsa una notte perpetua, e non avrei saputo affrontarla. Ora che voi avete detto d'amarmi.... io sono contenta.... La vostra mano riposò nella mia, il mio cuore ha sentito il battito del vostro cuore: io posso ringraziare il Signore di un tal benefizio. Questo pensiero mi sarà sempre presente: questa rimembranza mi basterà. — Andate, caro Filippo, andate a Padova, date la vostra mano a quella d'una donna che unisca ai pregi dell'animo, quelli ancora del corpo. Dio vi guardi dallo stringere un vincolo di cui abbiate a pentirvi! Io ho pensato a questo nel monastero dove stetti un anno rinchiusa, e vi parlo per esperienza. Andate, Filippo, e se è possibile, senza ch'io vi rivegga. Ora io posso ancora darvi questo consiglio: più tardi forse non lo potrei. — Se sarete felice, pensate che una vostra parola bastò a far conoscere anche al mio cuore la felicità. Se sarete sventurato, ricordatevi che avete un'amica nella vostra — Francesca.»
Quando Filippo ricevette questa lettera, ne aveva già scritta un'altra al padre della fanciulla che gli era stata proposta — colla qual lettera, nella miglior maniera che seppe, procurò di svincolarsi da ogni trattativa ulteriore. Impostata questa, corse dalla Francesca, e le disse abbracciandola che il suo foglio gli era giunto un po' troppo tardi: che l'affare di Padova era già sciolto; ch'ella sola doveva essere la sua sposa. Aveva già fatto alcuni passi per avere un posto di direttore nella farmacia dove aveva fatto la pratica. Intanto pensava di recarsi a visitare la sua famiglia per ottenere l'assenso al suo matrimonio. Fra due mesi sarebbe di ritorno.
Lascio qui la mia storia.... perchè mi mancano i documenti necessarii a continuarla. Ma tutti quelli che s'interessano alla felicità della buona Francesca possono dormir tranquilli sul conto suo, ch'ella non si lagna più del vaiuolo che, alterando la purità de' suoi lineamenti, l'avea preservata da molti inganni e le aveva insegnato che v'è qualche cosa di più durabile e di più possente della bellezza esteriore nei pregi dello spirito e nei delicati sentimenti del cuore.
IL PALAZZO DE' DIAVOLI.
I.
Sopra una delle porte di Siena sta scolpita questa bella iscrizione: