Il canonico era di fatti il più dabbene e garbato uomo del mondo. Ancorchè avesse commesso quel malaugurato ristauro, e se ne vantasse colla maggior buona fede come d'un'opera meritoria, era, come venni a conoscere, un diligente raccoglitore delle cronache patrie e di tutte le monete etrusche, com'ei diceva, che i contadini dissotterravano nei dintorni.

Fra le quali monete etrusche mi fece vedere egli stesso la monetina senese colla leggenda: Sena vetus civitas Virginis, posteriore di certo alla battaglia di Mont'aperto, giacchè la città di Siena si diede appunto alla Vergine in quell'occasione. Il reverendo, facendomi osservare quella iscrizione, mi accennò la maligna interpretazione che ne spacciavano i libertini, traducendo:

Siena vuota di citte. . . . .

— Non so — egli disse — se sant'Orsola ci potesse ora reclutare la sua legione di undicimila: ma profanare a questo modo le cose sante, per calunniare la virtù del bel sesso senese, questa è cosa che fa poco onore all'intelligenza e alla moralità degli interpreti! —

Io scrollai il capo con santa indignazione, e disapprovai, com'era di dovere, l'invereconda e maligna supposizione.

— Le donne di Siena, signore — riprese il canonico — furono sempre decantate per la loro bellezza e per la loro singolare modestia. — E qui mi sciorinò non so quante citazioni e storie e leggende, che a volerle ripetere sarei troppo lungo, e porterei come dicevano i Greci, civette in Atene.

Fra i nomi che il galante calonaco mi citò, vi fu quello della rossa Marsigli, che, rapita da' Turchi, e divenuta sultana, serbò la sua fede e la sua virtù fino fra i boschetti profumati del Bosforo e fra le mura dipinte dell'aremme imperiale.

— La rossa Marsigli! — diss'io. — Non intesi mai questo nome, e vi sarei ben tenuto se vi piacesse informarmi de' fatti suoi. — Il cronacofilo si mostrò lieto della domanda, e superbo di poterla soddisfare all'istante. Corse ad uno scaffale della sua libreria, e ne trasse un codice in pergamena, dove il suo occhio esercitato trovò in un attimo il nome della eroina e un commentario assai diffuso delle sue strane avventure. — Il libro nol dice — soggiunse il calonaco, — ma io credo poter affermare che la rossa Marsigli non dovette essere straniera a questo palazzo, e gli è fin d'allora che il vulgo mutò il nome de' Turchi in quello de' Diavoli.

In questo la fante, che aveva anch'essa i capelli di un biondo ardente, forse in commemorazione della Marsigli, venne ad annunziare al padrone che la cena era lesta.

— Spero che vorrete dividerla meco, per modesta che sia, — diss'egli rivolgendosi a me con quella franca cortesia che non lascia luogo a rifiuto.