La prima apparizione ch'io vedessi sorgermi innanzi, fu la gentile fantesca che mi aveva augurata la buona notte. Io la vedeva come l'avessi presente, co' suoi occhi grigi e co' suoi capegli d'un biondo acceso, graziosamente rilevati sopra la fronte. Poi la nipote del calonaco ospitale mutava d'aspetto, e pur conservando il colore degli occhi e de' capelli, prendeva l'aspetto d'una donzella d'alto lignaggio, assisa su' suoi talloni secondo il costume orientale, in un chiosco elegante, rinfrescato da uno zampillo d'acqua sorgente, che ricadea mormorando in una vasca d'alabastro purissimo. L'odalisca raccoglieva le lunghe trecce de' suoi capelli fulvi entro una reticella azzurra tempestata di brillanti e di stellucce d'oro. Ella cantava, accompagnandosi con un liuto d'antica foggia, alcuni brevi ed arguti stornellini senesi.

Quando, tutt'ad un tratto, le porte del gineceo si spalancano. Alcuni paggi sfarzosamente vestiti si accostano alla gentil trovatrice e l'invitano a recarsi alla vicina moschea. Un magnifico personaggio, vestito di ermellino e ornato il capo d'un turbante di finissimo casimiro, la stava attendendo colle braccia aperte, porgendole un anello di squisito lavoro. Due altri personaggi stavano in piedi, l'uno a destra del Sultano e l'altro a sinistra. L'uno era il gran Muftì, primo interprete del Corano, l'altro il Patriarca di Costantinopoli. Il Muftì prese la mano del principe, il primate della Chiesa orientale prese quella della fanciulla, e tutti e due pronunciarono le parole sacramentali, l'uno invocando sui due sposi la pace di Allah, l'altro tutte le benedizioni del Dio d'Israele.

Ma alcuni uomini mascherati da diavoli se ne stavano in piedi dinanzi alla porta della moschea. Appena il Sultano ebbe passata la soglia, porgendo signorilmente la mano alla sua giovane sposa, quei manigoldi si gettarono sopra di lui e lo stesero morto sul suolo. Poi afferrando brutalmente la donna svenuta per lo spavento, la trassero al porto vicino, e l'imbarcarono sopra una nave pronta a salpare per l'Occidente.

Il mio sogno qui s'interruppe. Evidentemente la mia fantasia non aveva voluto imbarcarsi colla fanciulla per quel lungo viaggio di mare. Ma passato un certo intervallo, ch'io non ho dati per misurare, ecco di nuovo apparire dinanzi a me la rossa Marsigli. Il buon canonico la riceveva dalle mani de' suoi rapitori umiliati e confusi, e la riconduceva fra le braccia de' suoi genitori, che la piangevano da molti anni come perduta.

Io assistetti agli abbracciamenti, ai baci, alle lagrime di gioia che versavano i due vecchi e la giovane. Il sogno era così vero e parlante, ch'io ne provai una commozione reale, e risvegliandomi a un tratto, mi trovai gli occhi molli di pianto.

Il fatto sta ch'era giorno. Il canonico, avvezzo a levarsi coll'alba per andare al paretaio, era venuto a sincerarsi che i diavoli avevano rispettato le leggi dell'ospitalità.

Gli raccontai il mio sogno, tale quale mi fu dato raccapezzarlo, facendo a lui le mie scuse per non aver saputo connettere in miglior modo le fila della leggenda ch'ei m'avea raccontato la sera.

Lo stesso faccio con voi miei cortesi lettori, e con te specialmente, gentile giovanetta dalle fulve chiome, che meritavi d'ispirare sogni migliori e fantasie più leggiadre che non sono le mie.

— Del resto, monsignore, questo è in parte l'opera vostra. Perchè farmi trovare costì accanto al letto il vostro rituale degli esorcismi? Lo esorcismo chiama il diavolo, più che nol cacci, e questa è la ragione dell'episodio incoerente e ridicolo che guastò la fine della mia storia.

— Il bello sta appunto nel fine — disse il canonico. — È molto più morale l'aver ricondotto a casa e in terra cristiana la nostra eroina, che lasciarla costì nel serraglio in mezzo agl'infedeli e agli eunuchi.