Ma la prosa continuava. Un passo si avvicinava lentamente alla mia destra. Si avvicinava monotono e regolare, come il passo di una sentinella tedesca. Giunto a trenta metri da me, mise la chiave nella toppa d'una porta, e sparì.
Fortunato te! esclamai fra me stesso. Tu almeno non hai dimenticato la chiave. Non so chi fosse, nè se in quella casa avesse il suo domicilio legale. Capite bene che non me ne sono curato, per non parere più indiscreto degli altri.
Di quando in quando un altro passo si udiva avvicinarsi or da una parte or dall'altra. Erano operai che avevano protratto il loro lavoro, o ne avevano scialato il guadagno al caffè. Di altre cause dell'indugio non vo' parlare, perchè quella sera, trovandomi in una posizione che poteva parere equivoca, non era disposto a commettere giudizii temerarii sul conto del prossimo. Anche questi ultimi sintomi della vita e del lavoro umano diventavano sempre più radi, e finalmente cessarono.
E mio nipote non ritornava. Dove trovavasi egli mai a quell'ora? Se avessi potuto immaginare da qual parte venisse, gli sarei mosso incontro. Ma la fortuna e i nipoti girovaghi non si sa da qual parte ci vengano.
Rimasi solo.... aspettando. Non mai mi ricorse al pensiero con più dispetto il proverbio veneziano:
Aspetar e no vegnir
Xe una cossa da morir.
III.
Gli spiriti delle tenebre.
Chi non ha avuto alcuna volta la curiosità di trovarsi a contatto del mondo secreto? Io l'ebbi questo desiderio più o meno peccaminoso. Ma per quanti libri di magìa bianca e negra mi avvenisse di scorrere, per quante tavole facessi girare, per quante invocazioni facessi, non dirò al diavolo in persona, ma agli dei pagani che dovrebbero essere un quid simile, non mi avvenne mai di vederne nè coda nè corno. Anzi la mia stimabile amica Aretusa avendo evocato per me con tutta l'intensità della fede lo spirito di Felice Orsini, si udì rispondere ch'io non era degno ancora di entrare in communicazione colle anime sciolte dal corpo. E la causa è chiara per sè: io non ho fede che basti per forzar la natura.
Ma questa sera, chi sa? Fosse il dispetto del mondo visibile, fosse quello stato di stanchezza e di sonnolenza in cui mi trovavo, ebbi un lampo, se non di fede, almeno di speranza. Non feci soffumigi di zolfo, non segnai sul terreno il magico segno di Salomone. Codeste sono cose da ciarlatani. Raccolsi tutta la forza della mia volontà, e comandai mentalmente: venite! venite! venite!
Guardai intorno: tesi l'orecchie. Nessuno strepito, nessun fenomeno che mi avvisasse d'essere stato obbedito. Che è che non è, veggo uscire da un'apertura a fior di terra, ch'io non avevo punto avvertita, un non so che di semovente, nero nero, che allungando silenziosamente il passo e quasi strisciando se ne veniva alla mia volta. Aveva due occhi fiammanti che lucevano nell'ombra come due topazi fosforici. Quei due occhi si affisavano nei miei, quasi volessero magnetizzarmi. Non era un cane, non era un gatto, o almeno mi pareva d'una struttura diversa. Era lungo, magro, smilzo come una donnola, ma quattro volte più grande di quelle che mai vedessi. Si avvicinava cauto, incerto, come tentasse il terreno, come volesse assicurarsi ch'io l'avessi veramente chiamato.