Fosse anche quella la forma di una gatto, pensai fra me, il diavolo non ha corpo, e per darmi prova della sua condiscendenza dee pur prendere la sembianza di un animale. E aspettai di piè fermo, benchè a dir vero mi sentissi scorrere per le vene un involontario ribrezzo.

E lo spirito si appressava, prendendo ad ora ad ora una figura più simile a quella di un gatto, ma di un gatto straordinario, stravagante, infernale. Ci siamo! dissi fra me. E feci uno sforzo sopra me stesso per presentare allo spirito un contegno fermo e degno di un uomo.

Tutto ad un tratto dai tegoli della casa di rimpetto si fece udire un miagolìo di vero gatto: al quale rispose un altro miagolìo più acuto, che pareva uscir dalla gola di un animale della medesima razza, ma di sesso diverso. I due miagolii s'incontrarono come due sospiri d'amor felino e felice, e si alternavano e crescevano a grado a grado, come due squilli di corde, come un cànone di musica classica e sacra.

Mi rivolsi istintivamente al luogo donde scendeva quel mirabile duetto: ma non appena ebbi stornato lo sguardo dagli occhi della mia misteriosa visione, questa immediatamente disparve e si rimpiattò sotto terra.

Ebbi un bell'evocarla di nuovo: non venne più. Forse l'accordo udito dall'alto la spaventò: forse temette il paragone del vero: forse volle punirmi perchè m'ero lasciato distrarre da quell'incidente d'ordine naturale e mondano. Il fatto sta che anche in quest'occasione lo spirito evitò il contatto dei corpi, e mi lasciò smagato e più diffidente ch'io non fossi prima, di potere mai entrare in communicazione cogli spiriti elementari.

IV.
Le nozze sui tegoli.

La coppia innamorata continuava intanto il suo classico duetto sui tegoli. All'andante era succeduta la stretta, e la melodia si spezzava in certi suoni imitativi da mandare in visibilio il Wagner, e tutti i musicaroli della scuola.

I suoni separati da intervalli sempre più lunghi, a poco a poco si perdettero in un silenzio espressivo, e l'assiuolo della sovrastante collina intuonò il peana di nozze con quella sua voce fluida, che sembra un gemito misterioso d'amore. Virgilio intendeva certo di questo gemito, quando disse nel suo latino: et ulularunt summo de vertice nymphæ.

Ulularunt non è la parola: ma si sa bene che la lingua di Virgilio non è obbligata ad esprimere per lo appunto quella qualità di suono che manda l'assiuolo toscano, nelle placide notti d'estate. Chiu! chiu! Quasi voglia dire: basta così: sat prata biberunt!

Intanto io mi era staccato dalla soglia di casa, e mi accostava istintivamente a quella parte da cui pareva venire quel gemito amoroso e felice. L'avete voi mai veduto l'assiuolo? Io no certamente, e dubito molto che nessuno l'abbia mai sorpreso nell'esercizio delle sue funzioni. Tuttavia ne farò domanda al mio amico Antinori, il più sapiente ornitologo dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica.