Le stelle brillavano al loro posto, sopra un bel cielo turchino, tanto più lontano da noi quanto era più pura l'atmosfera.

Come tutti i poeti, ho anch'io la mia stella. Non so come si chiami nella lingua moderna. Gli antichi la chiamavano stella mira variabilis; perchè varia meravigliosamente di grandezza e di aspetto. Ora è rossa come Marte, ora bianca come Venere, ora verdognola come Sirio. Non so se il padre Secchi l'abbia ancora sottoposta al suo prisma. Poco m'importa di quali elementi chimici consti la sua sostanza. Preferisco chiamarla la stella d'Italia, o la stella di Beatrice, perchè alterna ai nostri occhi quei tre colori che tanto amiamo, e ci costano tanto.

Chiunque tu sia, bella stella tricolore, io ti professo un culto particolare, e quando non posso salutarti prima di chiuder l'imposta, mi sembra che mi manchi qualche cosa, come in quel tempo che non poteva dormire senza aver ricevuto il bacio materno.

Mi sono innamorato d'una stella!...

So bene che questo verso d'uno de' miei stornelli ricevette una diversa interpretazione per piegarsi alla natura beffarda dei benigni lettori: ma posso assicurarvi, così a quattr'occhi, che quando io feci quel verso, guardava dalla finestra la mia stella mira variabilis.

Il poeta Ponsard dovette avere qualche ubbia del mio genere quando pose quest'aspirazione in bocca alla figlia di Galileo:

«Cerchiamo un cheto asilo
In quelle sfere luminose ed alte
Dove l'occhio di Sirio
Splende d'azzurra luce, dove suona
La lira d'oro, dove nuota il bianco
Cigno sull'onde della Lattea via.
Di quei lucidi mondi ospiti arcani,
Accoglieteci amici in mezzo a voi!
Quante cose mirabili vedremo
Che appena in sogno intraveder c'è dato.
Anelli di rubino
Cerchiano i nostri lucidi orizzonti,
Cantano nuovi augei sui vostri monti.
Un'aura fresca nelle notti estive
Scote i cespugli ombrosi,
Albergo delle fate. Ivi la luna
Sempre piena e rotonda
Rischiara ed inargenta
Sui laghi azzurri il palpitar dell'onda.
Scende dai dolci clivi
Un effluvio soave e dilettoso,
E il silenzio notturno ha mille suoni
Che pajono sospiri
D'anime erranti pegli eterei giri.»

Non so se questi versi sieno drammatici, e non so come saranno accolti dalla nostra platea e dalle eleganti capinere dei nostri palchetti. Il soffitto dei nostri teatri ci toglie la vista del cielo, e ci rende insensibili a certe idee. Ma se il Galileo fosse mai recitato a ciel sereno, chi sa che codesta escursione pei campi del cielo trovasse miglior accoglienza, come certo dovea trovarla l'apostrofe al sole di Fedra nella tragedia di Euripide, nel teatro aperto d'Atene.

Mentre assorto in questi pensieri aveva dimenticato la stanchezza, il letto e la chiave, sentii suonar il tocco dal torrione del Palazzo Vecchio.

Addio spiriti, dissi! Addio spiriti dell'abisso e del cielo! Minerva e Venere Urania, stella mira e variabile, degna di rappresentare l'Italia!