Io invece non vado mai al ballo: hanno paura ch'io pigli un reumatismo. Oh! vorrei sapere perchè m'hanno fatto dare tante lezioni di ballo da quel brutto monsieur Moulin! Veramente un bel gusto a ballare il valzer e la polka con quello stupido scimmiotto! Ecco la Rosa che balla meglio di me, e non ha mai preso lezione di sorta. Davvero ch'io la invidio, la Rosa! Voglio assolutamente andarmene a stare un mese con lei, al villaggio. Oh sì! Coglierò il momento che il babbo è di buon umore; gli salterò al collo e gli dirò: Babbo mio, se non volete vedermi morire, lasciatemi andare due settimane in compagnia della Rosa. E piangerò tanto che me lo dovranno permettere perch'io non ammali davvero. Quando sarò colla Rosa, mi comprerò un gonnellino corto come il suo, m'aggiusterò un corsetto verde con bei nastri color di rosa, e farò conto d'esser una villanella.... Oh, se il signor Antonio venisse a far il medico in quel villaggio! Che bella improvvisata gli vorrei fare! —

— Madamigella Matilde, sapete voi quante sciocchezze avete pensato in questo quarto d'ora? Se foste villanella! E sapete voi, signorina, che cosa significhi vegliar più notti di seguito torcendo il fuso? Sapete voi che fa la povera filatrice delle poche lire che busca? Sapete voi?... Voi non sapete nulla, Matilde. Entro il vostro splendido appartamento voi vedete il mondo esteriore come a traverso d'un prisma che ve lo dipinge di tinte brillanti che esistono forse, ma non si scernono ad occhio nudo. Voi sognate un mondo ben diverso dal vero: e se il caso avverasse i vostri desiderj, pochi momenti basterebbero a trarvi d'inganno. Io non dirò che siate molto felice nel vostro stato; ma so che non reggereste ne' panni della povera Rosa.

IV.
S'io fossi damigella!

Rosa girando l'arcolaio dinanzi all'uscio della sua modesta casetta vedeva tramontar il sole di là dai pioppi che ombreggiavano il cortiletto, e cantava questa canzone senza temere il critico che le rimproverasse le rime assonanti, nè la madre che la trattasse di pazzerella.

S'io fossi damigella
Signora d'un castel,
Vorrei montare in sella
A un nobile destrier.
Vorrei vestir un manto
Stellato come il ciel,
Ed un cappel piumato
Al par d'un cavalier.
Caracollando intorno
Per ville e per città,
Farei stupir il mondo
Di tanta nobiltà.
Vorrei, dovunque andassi,
Gettar argento ed ôr —
La gente su' miei passi
Seminerebbe i fior....

Ella cantava questi versi in parte improvvisati, in parte tolti da un'antica ballata, con una cadenza malinconica conveniente più all'ora del giorno e allo stato del suo cuore che al senso delle parole. Dissi allo stato del suo cuore, perchè la giovanetta non era punto allegra come avrebbe creduto Matilde, ma dal timbro della sua voce, dal pallore del suo viso, e più dai suoi sguardi trapelava una secreta tristezza. Ella cantava nondimeno perchè il canto è per il popolo uno sfogo alla passione, al dolore, e fino alla collera. Tutto ad un tratto ella interruppe la sua ballata, o perchè non rammentasse più avanti, o perchè i pensieri le si facessero d'altra specie e troppo dissonanti dal tenore delle sue strofe. Ma cessando dal canto, nella fantasia seguì a costruire il suo castello in aria, d'un'architettura assai diversa da quello della sorella di latte. Gli è forse che si desidera al mondo ciò che ci manca; o piuttosto, afflitti dai dolori inseparabili d'ogni stato, invece di pensare che ogni condizione ha i suoi proprj, si pensa che la felicità stia di casa molto lontano e sia il retaggio degli altri che si trovano o più alto o più basso di noi. Per questo Matilde, sui ricchi arazzi della sua camera, desiderava lo smalto de' prati, e Rosa pensava con invidia agli agi e alle mille superfluità della sua nobile amica. Chi mi sa dire se i pochi mesi passati insieme non avevano influito a codesto? Chi sa se l'amor della natura non era entrato nel sangue a Matilde col latte della villana, e se l'ambizione della ricchezza non era stata alla Rosa inoculata per gli occhi quando entrava nei ricchi appartamenti della padrona?

Checchè ne sia, Rosa fabbricava anche essa il suo castello in aria, ed era davvero un castello. Sognava cocchi volanti per le vie popolose, ricchi addobbi, splendide vesti, e tutto ciò che il lusso e la ricchezza può dare.

— S'io fossi damigella — pensava fra sè — vorrei ben vedere io se mi terrebbero in catene come tengono la padroncina! Povero il mio arcolajo, fa' pur conto che io non vorrei toccarti nè pure per giuoco. È un mese che ti giro e non sono ancora giunta a mettere insieme tanto da farmi una gonnella nuova. Sempre c'è qualcosa che mia madre mi fa toccar con mano come più necessaria. Trista condizione del contadino! lottare continuamente contro i bisogni, e mai poter mettere da parte una sommerella che basti a soddisfare un capriccio! Ecco: quel povero Marcello dovrà marciare per la Germania, e abbandonare la sua famiglia fra pochi giorni. Mille lire basterebbero a trovargli un cambio, ed egli potrebbe restare al paese, lavorare i suoi campi, e mantenere la sua parola!.... —

Qui la Rosa restava sopra pensiero, e una lagrima grossa le rigava il pallido viso senza ch'ella pensasse ad asciugarla. Ad un tratto diede una spinta più rapida all'arcolaio, il quale girò, girò, portando seco nelle sue rabbiose giravolte il sogno della fanciulla. Voi v'immaginate già, mie care leggitrici, che codesto Marcello non era straniero alla povera Rosa. Ella lo amava nel secreto del suo cuore, assai più che Matilde non avrà amato il giovane medico: ed anche Marcello, passandole vicino o con un pretesto o con l'altro, le aveva fatto intendere più per cenni che per parole che le voleva tutto il suo bene. Al villaggio non si parla per ordinario d'amore se non c'è la possibilità di santificarlo col matrimonio. Ivi si conoscono molto meno quelle dichiarazioni vaghe che non compromettono, e intanto aprono l'adito a sì spiacevoli disinganni. Marcello non aveva al mondo che le sue braccia, e la Rosa nulla di più; ma le braccia sono una buona dote per un contadino, e il giovanotto non avrebbe esitato un momento a fare la sua domanda in regola, se non avesse avuto il pensiero della coscrizione che lo perseguitava siccome un incubo. Avrebbe egli impegnato la sua fede colla giovane, senza esser certo di poter accasarsi con lei?... Infatti il pericolo ch'ei temeva s'era avverato a que' giorni. Egli tirò a sorte un numero che non oltrepassava il contingente richiesto. Sano e robusto com'era e non soggetto ad alcuna eccezione, dovette rassegnarsi a passare i più begli anni della sua vita in una caserma, sa il cielo in qual clima. La Venezia in quel tempo era ancora governata dai caporali di Vienna. Il giorno che, ritenuto per buono, ritornava per l'ultima volta a dormire a casa, colse uno de' soliti pretesti per passare dinanzi al cortile della Rosa. Questa, come lo vide un po' stralunato, capì subito di che si trattava, e non osò aprir bocca per accertarsene. Egli avvicinandosi timidamente alla villanella, le prese per la prima volta la mano, e sforzandosi a sorridere mestamente, come se avesse seco lei un'antica famigliarità: — Rosa, — disse — a rivederci fra ott'anni, se saremo vivi. — La fanciulla rivolse gli occhi gonfi di lagrime, e non rispose. — Se non era questa disgrazia — soggiunse l'altro — forse io vi avrei parlato d'un mio progetto.... ma io non ero degno di questa fortuna. Perdonate, Rosa, state sana, e ricordatevi qualche volta di chi vi vuol bene. — Rosa seguitava a tacere, perchè sentiva stringersi il cuore ognor più; raccolse una bianca pratellina che vide poco lungi fra l'erba, e la porse al coscritto per tutta risposta. E ambedue si lasciarono frettolosi, quasi per vincere colla violenza un sentimento che involontariamente s'impadroniva dei loro cuori. Il pallore e la tristezza che abbiamo notato nella giovane poco fa, derivavano da questa causa.

Chi mi domandasse qual risoluzione prendesse nel suo cuore la giovinetta, risponderò che una sola risoluzione le era possibile: quella di aspettare. Rosa aspettava, la poverina, aspettava che passassero quegli otto anni, che le sarebbero parsi sì lunghi, che potevano essere così pieni d'avvenimenti, ogni giorno de' quali poteva distruggere quel tenue filo che legava oggimai la sua vita a quella del giovine soldato. Questa era la risoluzione seria: del resto la fantasia vivace della fanciulla trascorreva talvolta in sogni chimerici, architettava le più assurde combinazioni che avrebbero potuto abbreviare quella lunga separazione. — Ecco che cosa è l'esser poveri! — diceva la Rosa. — S'io fossi ricca, venderei tutte le mie gemme, tutti i miei poderi per rendere al povero Marcello la sua libertà. Mille lire! M'hanno detto che questo basterebbe a mettere un cambio. Che cosa sono alfine mille lire? — diceva la Rosa che non n'aveva vedute mai più di venti ad un tratto. Ma ella era in questo diversa dalla gente della sua condizione, per la quale mille lire sarebbero una somma favolosa, un non plus ultra. Rosa aveva l'istinto della ricchezza, e tutto era niente per lei, quando la sua immaginazione pigliava il volo per gli spazi aerei ch'era abituata a trascorrere.