In questi sogni d'oro ella pensava sempre a Matilde, e diceva: — S'io fossi in lei! — Povera Rosa! E chi ti assicura che colle ricchezze non ti fosse saltato addosso anche l'egoismo che per lo più le accompagna! Chi ti assicura che l'adempimento di tutti i tuoi desiderj non t'avesse ad inaridire quei nobili impulsi del cuore? A sentir lei, avrebbe fatto felice tutto il villaggio. Tutti i bambini e le bambine avrebbero imparato a leggere e a scrivere, tutte le fanciulle avrebbero avuto un po' di dote per facilitare il lor matrimonio. A quella vedova che abitava laggiù in un casolare aperto alle intemperie, ella avrebbe fatto trovare un buon letto in luogo dell'umido canile dove passava gli ultimi giorni della sua vita. Quella famiglia di coloni, ch'era stata licenziata da un podere che teneva a fitto, perchè i bachi erano iti a male, e non aveva potuto pagare puntualmente la rata, avrebbe trovato nella madia, o in un cantuccio della casa, la somma che non aveva potuto raggranellare e che l'avrebbe consolata. Ella assisteva dal buco della chiave alla sorpresa di quella buona gente, ne vedeva la gioja, e gustava un piacere più grande ancora del loro. E Marcello! Essa gli avrebbe pagato il cambio senza ch'ei lo sapesse, e all'indomani, recandosi al Distretto, gli sarebbe risposto che il numero era saldato, e ch'egli poteva tornarsene al suo villaggio. Immaginava la sua meraviglia, la sua allegrezza, e con qual animo sarebbe venuto a ritrovarla e a raccontarle la sua fortuna, ignorando che la gli venisse da lei. Ella gli dava la mano, si rinnovavano le promesse, e si stabiliva d'accordo il dì delle nozze: — S'io fossi damigella! — diceva la Rosa.
— E se foste damigella, mia buona Rosa, conservereste voi per Marcello quel cordiale affetto che gli portate? Non aspirereste voi a qualche partito più splendido? Non sognereste voi un cavaliere, con un bel pennacchio sull'elmo, o qualcheduno di quei signorini che stancano i loro cavalli inglesi nei viali, o passano lungo il corso nei loro cocchi lucenti?
V.
Confidenze.
Non erano passati due mesi dacchè le due fanciulle aveano fabbricato ciascuna il proprio castello, quando un bel giorno la Rosa sentì lo scalpito di due cavalli, e alzando gli occhi dall'arcolajo vide arrivare Matilde in abito d'amazzone assisa sopra un bel ginetto a scorza di castagna, accompagnata da un suo cugino che aveva assunto l'incarico d'insegnarle l'arte del cavalcare. Poco dopo giunsero in carrozza i suoi genitori, i quali le furono tosto d'attorno inquieti per la cara sua vita. Avevano dovuto arrendersi al capriccio di lei, ed anche alle istanze del suo maestro sul quale m'avverrà in seguito di far qualche parola: ma vi potete figurare con quante restrizioni, con quanti consigli, con quanti timori! La fanciulla alla fine l'aveva vinta, o piuttosto essi avevano dovuto cedere al suo desiderio, per paura che il contrastarvi a lungo non recasse più danno alla sua salute che una cavalcata di poche miglia.
Matilde spiccò un salto dal suo palafreno, e lesta come una gazzella, senza depor lo scudiscio, s'accostò alla sua sorella di latte e l'abbracciò con insolita effusione di tenerezza. La Rosa attonita lasciava l'aspo e l'accoglieva con un misto d'imbarazzo, d'affetto e di meraviglia.
Le mie lettrici potrebbero qui domandarmi s'io volessi addirittura por mano alla doppia trasmigrazione di quelle due anime. — Che sì — diranno — che fra poco vedremo la Rosa inurbarsi a cavallo, e la Matilde, novella Erminia, travestirsi da villanella e girar l'arcolajo in luogo d'affaticare gli abbandonati suoi tasti? — No, signorine; io non ho l'intenzione di soddisfarvi. Dal detto al fatto c'è un gran tratto. V'ho già detto sul principio di questo capitolo che erano corsi due mesi d'intervallo, e voi vi dareste a credere che codesti edifizj reggano tanto? Oibò! La Matilde s'era fatta una ragione; avea già considerato la differenza delle due condizioni, e benchè non potesse convenire della propria felicità, pure aveva smesso il singolar desiderio di farsi villana. Anzi, come vedrete fra poco, avea cambiati altri desiderj annessi a quel primo: avea rinunciato, in una parola, a quel sogno pastorale, accontentandosi di far quella gita. Ora però abbracciando la semplice villanella, le era rifluito nel cuore un resto di quel capriccio, e si ricordò del suo sogno, quanto la Rosa del proprio. Anzi, a dire il vero, quest'ultima, anima più schietta e più affettuosa, da quella insolita visita avea preso argomento a non diffidare interamente de' suoi progetti.
Le due fanciulle ebbero un lungo colloquio a quattr'occhi, mentre il conte, la contessa, il cugino e due staffieri sopraintendevano ad ammannire un pranzo campestre in compagnia della madre di Rosa. Non è bisogno ch'io dica che avevano trasportato in carrozza un'intera dispensa. Lascio lì questi preparativi gastronomici, e mi nascondo dietro una vite per assistere non veduto al dialogo delle due cervelline.
— Sai tu — diceva Matilde — sai tu ch'io invidio la tua condizione?
— Oh! che dice mai?... Contessina!
— Sì davvero. Se tu sapessi, cara sorella, quante noje nel nostro palazzo, quante cerimonie, quanti riguardi che opprimono l'anima e c'impediscono quasi di respirare. Qui tu sei felice, non ti manca nulla; se vuoi, lavori e ti pigli di bei quattrini: se non vuoi lavorare, corri pei campi senza cappello, e senza timore che si trovi a ridire sul fatto tuo. Parli con chi ti piace, fai all'amore con chi ti va a genio: insomma più ci penso, e più mi confermo che la vera felicità sta di casa fra i boschi e fra le capanne.