A questo punto del loro colloquio sopraggiunse una parte della comitiva che già cominciava ad inquietarsi dell'assenza di Matilde. Rosa si levò tutta rossa, e si recò presso alla madre per dar mano agli ultimi preparativi del pranzo. Matilde presa in mezzo dal cugino e dal padre la seguì lentamente senza più pensare al dialogo di poc'anzi.
Mezz'ora dopo sotto il porticato dinanzi alla povera casa colonica, sedettero a mensa i quattro ospiti illustri. I due staffieri in livrea stavano ritti dietro alle seggiole provvedendo al servizio del pranzo improvvisato alla meglio; Rosa e sua madre tutte rosse e trafelate per la insolita faccenda portavano fuori le vivande nella signorile majolica che non s'era mancato di trasportare dalla città.
La ricca damigella, seduta come una principessina sulla povera scranna (le scranne non s'era pensato a portarle), s'affisò una volta nel viso rubicondo e mesto ad un tempo della sua sorella di latte, ridotta allora all'umile ufficio di serva. Non vo' dire che si passasse nell'animo suo. Forse un sentimento d'orgoglio di trovarsi collocata a tanta distanza da quella a cui poco prima avea degnato parlare come a sua pari, forse anche un po' di gratitudine al vederla così affaccendata per farle piacere. Quello ch'io vi so dire, lettrici mie care, si è che in quel momento la contessina non avrebbe canterellato fra' denti: — S'io fossi villanella! — E pure quante circostanze più gravi, più dolorose, più umilianti di questa dovevano contrassegnare la vita di Rosa!
Certo in quel momento non era codesto che spargeva di tanta amarezza i lineamenti di Rosa. La povera fanciulla era stata crudelmente disingannata sul conto della nobile sua sorella. Nella sua poetica semplicità ella s'imaginava che Matilde all'intendere la storia di Marcello non avrebbe esitato un momento a dire: — Ecco un giojello del valore di mille lire: va' dal giojelliere e libera il tuo promesso dalla trista necessità che lo attende. — Vedremo però che la Rosa non s'era tanto ingannata sull'animo di Matilde, quanto sul potere che le attribuiva di disporre a suo talento dei propri giojelli. La colpa di Matilde era quella di non avere inteso di lancio il bene che poteva fare, e che la villanella osava sperare da lei. Ciò prova che, ornando il suo spirito, non s'era pensato a svolgere le nobili facoltà del suo cuore. È vero che al cuore basta sovente l'istinto; ma se l'educazione nostra è fatta appunto per ammorzare gl'istinti e per sostituirvi i calcoli dell'interesse e dell'egoismo?
Ma in che razza di riflessioni mi vado io perdendo? Ecco il pranzo al suo termine: ecco gli staffieri in moto per allestire i cavalli e la carrozza. Si disputa una mezz'ora se Matilde sarebbe ritornata a cavallo o nel cocchio. Ma il suo giovane maestro fece avvertire che la sera era fresca, che la bestia era tranquilla e fatta a bella posta per una damigella che voglia addestrarsi all'equitazione; onde fu risoluto che la carrozza seguirebbe l'ambio delle due cavalcature, per esser pronta a un bisogno.
Giunta l'ora della partenza, Matilde chiamò la Rosa per salutarla. Questa le si accostò; ma men lieta e men confidente del solito. Invece del cordiale abbracciamento che era solita ricambiare, le fece un umile inchino, e le cadde una lagrima. Matilde volle chiederle la cagione di tal cambiamento, ma il suo ginetto raspava per desiderio d'aver sul dorso sì nobile peso. Le due sorelle si separarono senza più, e chi sa con qual animo si rivedranno!
VI.
Conclusione.
Mentre Matilde cavalcava a bell'agio verso la città, il lento e monotono passo, l'ora del vespro, e sa Iddio quali altre circostanze, influivano per modo sull'animo suo, che si mostrava più mesta che mai. Alle galanti rimostranze del cugino che le cavalcava da presso, o non dava risposta, o le risposte eran tali che gli toglievano il desiderio di replicare. Matilde aveva sempre dinanzi agli occhi quella lagrima sfuggita alla Rosa, ripensava al colloquio avuto con essa, e cerca, cerca, finalmente le parve di scoprire la vera causa della subitanea freddezza che era in lei succeduta alla ingenua espansione della mattina. Dico le parve, perchè in Matilde non era più che un sospetto. — S'io verificassi il suo sogno — diss'ella fra sè — S'io le consegnassi questi braccialetti da vendere? A mio padre dirò d'averli perduti, che mi sono stati rubati, che so io? Una scusa la troverò. Anzi vo' dirgli la verità; gli chiederò le mille lire per mettere il cambio allo sposo della mia sorella di latte: mio padre non mi negherà di fare una buona azione. Egli ne ha spesi ben più per comperarmi il cavallo. — Ella diceva così perchè la cosa infatti non avrebbe dovuto parer differente nè pure al conte: ma egli avea talora certe ragioni inaspettate per opporsi ai desiderj della figliuola, che questa non era senza inquietudine intorno all'adesione di lui nel caso presente. Ci pensò alquanto, poi conchiuse fra sè: — E s'egli mi negherà queste mille lire, io ricuserò di dar la mano a costui!...
Questo costui era poco lontano da lei: era il cugino che le aveva posto in capo il grillo di cavalcare. Noi non entreremo nelle ragioni di famiglia che potevano indurre il conte di Susans a preferire a tutti gli altri questo partito. Forse sarà stato il nobile desiderio di condensare in una sola famiglia la dote della figliuola e il ricco patrimonio di lui. Dico nobile nel senso stretto della parola. E forse la ragione che lo induceva era un'altra. Il conte s'era avveduto dell'inclinazione nascente della Matilde per il giovane medico. Ho detto ch'egli s'era assentato dalla città per farsi uno stato da sè: ma io dubito invece che le mene secrete del conte ci avessero alcuna parte. Checchè ne sia, non giova diffondersi, giacchè ho preso l'obbligo di conchiudere. Dirò solo che la Matilde ne fu ammalata per alcuni giorni, poi cominciò a pigliar aria, a rasserenarsi, a dimenticare. Già fin dal primo momento quel partito le era parso impossibile secondo le idee gentilizie della famiglia. Onde s'acquetò, transigendo col padre e con se medesima con questa restrizione mentale: — S'io non posso maritarmi a voglia mia, almeno non isperi maritarmi alla sua. — Questa risoluzione era troppo recente perchè non pensasse a metterla in atto nell'occasione che le si offerse pochi dì appresso. Il conte le parlò alla lontana del cugino, delle sue amabili maniere, delle sue ricchezze, delle sue aderenze, ecc., ecc. Matilde intese, e finse dapprima di non intendere; ma poi, dichiarata la cosa, trovò il coraggio di rispondere al conte: — Padre mio, voi non vorrete, spero, sacrificarmi: io non amo il cugino, e non sarò sua sposa in eterno. — Capite che nel piano educativo del signor conte padre dovea essere ammessa o almeno tollerata la lettura di qualche dramma o romanzo di bella stampa. Non era un mese che quella parola sacramentale in eterno era stata proferita da Matilde, e già l'eternità cominciava ad accorciarsi contro l'avviso dei metafisici. Almeno in questo caso il capriccio che eccitava Matilde a venir a patti col tempo e colla sua parola, era un capriccio di buon genere. — Io sposerò — diss'ella — un uomo che non amo, ma almeno avrò contribuito alla felicità della Rosa. — Quell'apparenza d'eroismo che c'era in questa proposizione sedusse l'animo cavalleresco della fanciulla; spronò il ginetto, e in preda all'entusiasmo di questo progetto non si fermò che nel cortile del suo palazzo, rubiconda le guancie e animata gli sguardi d'una nuova e gentile alterezza. Porse graziosamente la mano al cugino ch'era smontato prima di lei, ed entrò balzelloni nell'appartamento che, sia detto fra noi, le parve più bello e agiato della capanna di Rosa.
Non erano passati alcuni giorni da questa memorabile cavalcata, che Rosa si vide comparire dinanzi Marcello. Povera Rosa, fu per trasecolare quando seppe da lui che aveva potuto sottrarsi alla coscrizione e mettere un cambio. Ma come? In qual modo? Come aveva trovata la somma enorme che si chiedeva? Questa somma oggimai pareva enorme alla Rosa, perchè il recente suo disinganno le aveva mostrato che c'è quasi altrettanta difficoltà ad averla in dono dai ricchi, quanto a raggranellarla col cotidiano lavoro. Marcello le raccontò come un maggiordomo incognito fosse venuto a trovarlo nella caserma, gli avesse consegnata la somma necessaria ad un cambio, e l'assenso della Commissione di leva a rilasciarlo in libertà, tosto che avesse presentato persona che lo rappresentasse nel numero. Il maggiordomo aveva fatto entrare un soldato che aveva pochi dì prima terminata la sua capitolazione, e il quale, per la somma proposta era pronto a riprendere l'uniforme. — Io credevo di sognare — soggiunse Marcello — ed ebbi appena il tempo di chiedere da chi mi veniva l'inaspettata beneficenza. Il maggiordomo sorrise, e mi disse che veniva da voi; e prima che mi riavessi dalla sorpresa era già sparito, lasciandomi nelle mani il denaro e la prova della mia libertà. Ora mi direte voi la parola di questo mistero. —