La Rosa non la sapeva questa parola, ma non tardò a immaginarsela. Ella riconobbe l'opera di Matilde, e quest'opera le parve tanto più nobile e generosa, che era stata eseguita prima che promessa, prima che chiesta; anzi oggimai fuori di ogni aspettazione e d'ogni speranza. Raccontarono alla famiglia l'avvenuto, e come si può credere, si stabilirono su due piedi le nozze.
Di lì a pochi giorni i due sposi, seguiti dalla madre di Rosa, giunsero al castello per ringraziare la loro benefattrice. Ella stava soscrivendo il contratto nuziale che la doveva legare al cugino, e ne pareva contenta. Certamente, se il merito d'una buona azione può influire sulla nostra felicità, Matilde non avrà a pentirsi di ciò che ha fatto. — Ma i castelli in aria?
E se erano fabbricati in aria, mie buone lettrici, dovevano presto o tardi dileguarsi in seno d'un elemento così mutabile ed incostante. Ma tutto almeno non isvanì. Rosa vide avverarsi la parte più essenziale del suo bel sogno, senza cavalcare all'amazzone per le ville e per le città; e Matilde si riconciliò colla sua ricchezza che se, inoperosa, le aveva dato più noia che altro, le aveva procurata la più gran compiacenza della sua vita quando aveva cominciato ad usarne.
IL DIRITTO E IL TORTO.
PROEMIO.
Questi due nomi, o meglio le due idee, i due giudicii che esprimono, si alternano, si intrecciano, si confondono nel mondo morale, come il filo bianco e il nero in que' tessuti misti che sono il più volgare indumento degli uomini che vestono panni.
Il diritto non è mai solo nè assoluto in questa bassa valle di lagrime, di soprusi, d'interessi reciproci, di passioni accanite. Quando vi si pianta arrogante dinanzi, guardategli subito intorno, e vedrete far capolino una figura storta e gobba che è l'antitesi del diritto; lo segue passo a passo, gli attraversa il cammino, gli dà il gambetto, lo prende a mezzo il corpo, lotta con lui, e gli si avvinghia alle gambe e alle braccia sì strettamente, che gli amici della pace si affaticano invano a dirimerli e a porli d'accordo.
Sia nel campo politico che nel sociale, diritto e torto non vanno mai scompagnati. Vi sono uomini rigidi e puritani che assumono l'ufficio di giudici, e sono sempre lì per sentenziare: codesto è il diritto. Ce ne sono altri di natura benevola, che continuano le allucinazioni di Don Chisciotte, e si affannano a raddrizzare i torti. Ce ne sono finalmente di quelli che a forza di veder confuse quelle due idee, e l'una pigliar lo aspetto dell'altra, sono divenuti scettici e indifferenti, e chiamati a decidere chi abbia ragione fra l'assassino e la vittima, fra il giudice e l'accusato, si stringono nelle spalle e rispondono: — chi lo sa? —
Voi mi domanderete, lettori, a quale di queste tre classi appartenga lo scrittore di queste righe. La domanda è imbarazzante e forse indiscreta: onde io penso di schermirmene come si suole, rispondendo nè all'una nè all'altra. Io riconosco e adoro il diritto nelle serene e inaccessibili sfere della ragion pura. In questo basso e limaccioso fondo non intendo spaccarla da puritano. Homo sum: humani nihil a me alienum puto. Pigliate il motto di Terenzio in questo volgare significato che non è il vero. Cito il poeta latino, come la più parte dei predicatori la Bibbia. Vo' dire che l'uso del mondo e degli uomini mi ha fatto piuttosto cauto a proferire il giudicio del diritto e del torto; cauto, dico, non indifferente nè scettico. Ciò del resto sarà chiarito nell'indole stessa del racconto che sottopongo alla vostra benigna considerazione.
Qualche curioso vorrà qui sapere se il fatto ch'io prendo a narrare sia vero o falso. È sempre la stessa storia. Il vero e il falso s'intrecciano anch'essi come il diritto e il torto. Leggete e guardate da voi. Io lo racconto come lo trovo in certe mie note raccolte nel tempo ch'io dimoravo a Trieste.