Avrei potuto, per quella facoltà che hanno tutti i romanzieri, trasportare in altro luogo i fatti e le persone; ma dal tempo che mi avvenne di raccogliere questi appunti, corse un intervallo abbastanza lungo perchè non sia necessario ricorrere a questo palliativo. Lasciamo dunque le cose e le persone al loro posto: e i miei lettori si dieno la pena di prendere un passaporto per quella città che va demeritando ogni giorno l'antico titolo di fedelissima, e viene accostandosi al resto d'Italia, non so bene se per forza di repulsione dall'Austria, o di attrazione per noi. Forse sarà anche qui l'uno o l'altro. Lasciamo il giudizio agli avvenimenti. Se non è il partito più coraggioso, è il più cauto.
Parlando di Trieste io lascio da parte la popolazione avventizia o cosmopolitica, che è la schiuma delle città commerciali. I miei eroi appartengono alla classe indigena, alla città vecchia, alla moltitudine anonima che vegeta come la gramigna sul nudo terreno.
Cominciamo dal basso, se non fosse altro per farla in barba all'antico adagio: ab Jove principium. Del resto barba Giove sta nell'alto e nel mezzo, cioè da per tutto. Abbiate indulgenza e carità per le povere creature che sto per mettervi innanzi.
I.
Il Magazzino.
Il magazzino è la più splendida parte delle cose di Trieste; è per così dire l'appartamento di prima necessità; gli altri piani sono men vasti, meno apprezzati, men cari, e s'intende il perchè. Il magazzino è come a dire il fondamento morale dell'edifizio; là si vagliano, si ammassano, si conservano le merci d'ogni clima e di ogni maniera che a tempo vendute, a tempo cambiate, faranno circolare nella città commerciale quello spirito di vita che la sostiene e l'anima. Questo in generale: l'attento osservatore però, solo che passi dinanzi a codesti fondachi, riconoscerà a colpo d'occhio quanto l'uno sia diverso dall'altro, e serbi per così dire il carattere della merce che contiene, dell'attività del padrone, della pulitezza degl'inservienti maggiori o minori. C'è fra questi ultimi una specie di gerarchia; il direttore del magazzino, o semplicemente magazziniere, è un uomo di grande importanza, riceve una grossa paga e risponde per lo più della giornaliera amministrazione. Dopo di lui vengono gli scrivani; poi il capo facchino co' suoi nerboruti compagni; in ultimo luogo le donne che sono di giorno in giorno chiamate secondo il bisogno a mondare la merce, a sceverare la prima qualità dalle meno perfette, a prestare in una parola quell'opera diligente e tediosa a cui sembrano più adatte degli uomini. Seggono in due o più file, chine sopra la merce che tengono in grembo, e dalla mattina alla sera ripetono l'atto medesimo qualche volta ciarlando tra loro, assai di rado cantando per non scemare la tenue mercede che riceveranno alla fine della giornata. Queste donne, dall'arnese che adoperano, si chiamano sessolotte o sessole,[4] nome che le pareggia ad uno strumento affatto materiale e positivo, e mostra quanto poco conto si faccia della loro speciale abilità. Infatti tutte le altre arti, gli altri mestieri si apprendono per ammaestramento o almeno per esercizio: una tal quale attitudine è necessaria anche per cucinare, per pulire una scranna, per ordinare una stanza; quindi si può fare sì gran differenza fra cuoca e cuoca, fra serva e serva. Ma per l'opera della sessolotta non si domanda che occhio e pazienza: è un'arte nella quale si può farsi eccellente in un'ora; quindi, s'intende, è l'infima condizione in cui devono necessariamente trovarsi siffatte femmine: si pigliano, si adoprano, si rimandano senza scelta, senza domandare nè nome, nè età, nè condizione, nè altro. Si vuole una macchina semovente, dotata d'occhi e di mani, e basta così. La professione di cui parliamo è dunque l'ultima fra le industrie che si confessano senza rossore e senza giri di frase: è l'operaia ridotta a' suoi minimi termini che dà tanta parte del suo tempo per tanti soldi, senza che si domandi se ha fatto meglio o peggio delle altre.
Non crediate però che il loro guadagno sia tanto misero, o la condizione sì universalmente abbietta, come potrebbero credere quelli che hanno visitato gli opifici della Francia, della Germania e dell'Inghilterra. A Trieste, grazie alla sua posizione, a' suoi privilegi, ad una certa liberalità degli indigeni, qualunque presti un'opera ha una mercede che basta a vivere: semprechè l'opera si colleghi a quella vasta macchina che domandiamo commercio. Queste povere donne traggono dunque un profitto che, se fosse durevole, e in certo modo assicurato per tutti i giorni dell'anno, potrebbe rendere la loro condizione invidiabile alle stesse modiste e alle sarte che sono così altiere dell'arte loro, e se ne fanno una specie di vanto. Una lira o due, che è l'ordinaria giornata che guadagnano, nelle mani di una donna economa e buona massaia, basta a provvederla sufficientemente perchè non accatti, e non ricorra ad altre fonti di sudicio lucro. Intesi dire che le femmine che si dànno a simile industria non sono tutte spregevoli; che c'è fra loro qualche madre di famiglia la quale con quella tenue mercede saggiamente usata potè nutrire più figlie, farle ammaestrare in altre arti e onestamente accasarle: prova che non c'è stato sì povero dove sia impossibile l'esercizio dei primi sociali doveri.
In uno di questi fondachi sedevano una ventina o più di queste operaie, occupate a mondare non so bene se gomma o caffè: sedevano come dissi, in due file, sopra sgabelli assai bassi, intente all'opera senza parlare, senza guardarsi, rivolte verso l'ingresso del magazzino per ricevere da quell'unica apertura quanto di luce bastasse al lavoro. Erano tutte di Trieste, tranne due sole, madre e figlia, le quali all'aria del volto, al bruno pallor delle carni si sarebbero dette di un altro clima. Erano infatti dell'Italia di là, non dirò di qual paese, ma la cadenza prolungata della parola le mostrava nate sul mare. La più attempata guardava spesso la figlia, sedutale allato, in aria di compassione e d'affettuoso rimprovero e punzecchiavala tratto tratto col gomito, quando alcuno dei sorveglianti le passava da presso, perchè la giovine dimenticava talvolta il lavoro, e restavasi sopra pensiero colle dita conserte in attitudine dolorosa. Una lagrima di cui la poverina non si accorgeva, le rigava di quando in quando la guancia pallida, e cadevale sulla merce che doveva sceverare dalla mondiglia. Scossa dalle parole o dal gesto della sua vigilante vicina riprendeva l'opera, si affrettava come volesse riparare all'indugio, o togliersi col moto accelerato ai crucciosi pensieri che l'occupavano. Ma questi riacquistavano tosto il primo dominio, onde la misera obbediva senza avvedersene a due forze diverse: tutta l'anima sua era volta ad altra parte, e le mani compiendo meccanicamente il lavoro a cui s'erano abituate, per difetto di attenzione rigettavano il grano, e tenevano in serbo le bucce. La madre che non la perdeva d'occhio, se ne avvedeva, ma dissimulava, e rimediava ella stessa al disordine, tanto che gli scrivani o il magazziniere non avessero ad escludere la figliuola nei dì seguenti.
Il sole intanto, tramontando sereno, tingeva il fondaco ed il viso delle operaie di quella rosea tinta del nostro vivace crepuscolo: poi la luce a poco a poco veniva meno: ai giovani del magazzino pareva mille anni di poter uscire di catena, e andare a zonzo per le contrade: stromenti e merci si riponevano per l'indomani, e le donne, ricevuta la loro paga, tutte quelle che non erano in caso di lasciarla ammassata per la domenica, sfilarono a due a due, a tre a tre dalla porta, e s'incamminarono ai loro tugurii verso la barriera vecchia, quartiere che le ricovera a più tenue prezzo che non potrebbero altrove.
II.
Madre e figlia.
— Marta, — diceva la più attempata delle due donne — Marta, tu vuoi che finalmente ti tolgano quest'ultimo pane che ci resta. Ho paura che il capo facchino si sia accorto della tua sbadataggine. Sai che a loro poco importa la persona: una o l'altra è lo stesso.