IV.
Delusione.

Abbiamo lasciato il nostro Figaro ad annegar nel vino il pensiero delle imminenti scadenze, e quel resto di amore e di gratitudine che ancor lo legava alla povera Marta. Lo sciagurato non era solo; un'altra donna gli sedeva accanto nella remota taverna, dove sciupava la sera gli scarsi guadagni della giornata. Non siate sì presti a giudicarne sinistramente. Era una giovane di 25 anni, fantesca, cuoca, cameriera, governante e padrona, come vi piace meglio, di un ricco possidente di quella terra: una donna onesta, come ella diceva ad ogni dieci parole, che amava il vantaggio del suo padrone come suo proprio, che lo aiutava a vestirsi la mattina, a spogliarsi la sera, perchè era vecchio e gottoso, gli ammanniva i bocconi più ghiotti, gli augurava cent'anni di vita.... nell'altro mondo, semprechè morendo si ricordasse di lei e dei lunghi e vari servigi che gli aveva reso con una delicatezza e un disinteresse impareggiabile e degno del più generoso compenso. Sono parole sue. A quell'ora (erano trascorse le dieci) dopo aver messo a letto il suo caro padrone, e spento il fuoco nella cucina, e uditolo russare nel suo letto tranquillamente, a un cenno di Federico era uscita di casa pian piano, e andata con lui a esilararsi un po' dopo le fatiche del giorno; e questo, già s'intende, senza che nessuno avesse a dir nulla sul fatto suo. Essa era libera; egli era libero (s'era ben guardato di dirle quanto innanzi fossero andate le sue relazioni con Marta); potevano un giorno divenire marito e moglie, solo che quel vecchio rantoloso del suo amato padrone s'imbarcasse un bel mattino per l'altro mondo. Intanto era giusto che si trovassero un poco assieme per conoscere reciprocamente il loro carattere, e non contrarre certi legami colla testa nel sacco, come si suol dire fra la gente giudiziosa. Questi erano i loro discorsi, quando dovevano respingere o preoccupare qualche indiscreta supposizione.

Tal è la facile morale delle sue pari; e qui ancora siamo costretti a ripetere: Di chi la colpa?

Sedevano ad un piccolo desco l'uno rimpetto l'altra, guardandosi tratto tratto in aria carezzevole, e scambiandosi fra loro alcuna di quelle frasi onde la gente volgare suole significarsi il reciproco attaccamento. Dico attaccamento e non amore. Federico e Giustina erano più attaccati l'uno all'altra che amanti. Egli vagheggiava in lei gli orecchini d'oro, la collana, i buoni scudi che aveva messo da parte, e più di tutto l'influenza che esercitava sul suo padrone, tra i più facoltosi della città.

Ma dopo aver sacrificato i più begli anni al servizio di un vecchio celibatario, sfidando da una parte le noie, le fatiche, le veglie, dall'altra le maldicenze e i giudicii temerari del mondo, avea bisogno di riposare il pensiero nell'idea di un marito che un giorno potesse riabilitarla ai proprii occhi e far tacere le male lingue. I debiti e un interesse pecuniario tenevano le veci d'amore in Federico: un interesse morale, men turpe dell'altro, aveva fatto gradire a Giustina le galanterie del barbiere. Chi avesse letto nei loro cuori questa miserabile pagina, avrebbe riso alle calde proteste d'amore, alle improvvisate espansioni dei due innamorati. Ma che vado io applicando al caso nostro questa ipotesi trista e divenuta già sì comune? Nel nostro c'erano due ragioni che scusavano una tale dubbiezza: i debiti da una parte, e il bisogno di migliorare la propria riputazione dall'altra. Checchè ne fosse, i due amanti erano ancora nella felice illusione, ignoravano il secondo fine che dettava quelle parole e quelle carezze, e forse anche non avevano confessato a se medesimi la propria frode. Aveano ancora più buona fede che non suol trovarsi in persone più alte in simili casi. Ma era giunto il momento della grande rivelazione.

— Giustina, — disse Federico alla sua compagna, dopo aver biascicato la parola per un buon tratto, e sperimentato nella sua mente almen dieci maniere per entrarle in materia — Giustina, voi mi andate assicurando che mi volete bene. Da due mesi che ci conosciamo me l'avete detto più di cento volte, ed io.... io ve l'ho sempre creduto sulla parola.

— Ebbene che cosa vorreste dire? Che non ho detto la verità? Voi piuttosto....

— Mi guardi il Cielo di farvi questo rimprovero. Anzi io sono tanto sicuro dell'amor vostro che questa sera sono risoluto di metterlo alla prova.

— Oh! questo poi!... interruppe la donna con quella dose di ritrosia che era conveniente alla sua posizione. Questo poi!...

— Un po' di pazienza; non date una sinistra interpretazione alle mie parole. Voi sapete quante spese ho dovuto incontrare per metter su il mio stabilimento con quel decoro e con quel lusso che sapete. Io speravo che gli affari avessero a prosperare fin dai primi momenti. Se ne sono vedute tante delle fortune! Ma tutti i paesi non sono uguali, e debbo confessarvi che finora il fatto non ha giustificato i miei calcoli. —