— Oh! questo poi non potevo immaginarmelo nemmeno io!

— Meglio tardi che mai! —

Dicendo queste parole Federico pagò il conto, condusse la donna sino alla porta della sua casa, e tornò all'osteria a smaltire il dispetto di tanta resistenza. Ma questo dispetto era tale da non potersi smaltire così facilmente. Fino dal primo momento che l'improvvido Federico avea pensato a' suoi debiti, e quasi nel tempo stesso avea disperato di poterli mai soddisfare per le vie ordinarie, tormentato da questa inquietudine cercava di riposarsi nel pensiero di Giustina, e nel soccorso che avrebbe potuto porgergli all'uopo co' suoi risparmi. E per tenue che fosse il filo a cui raccomandava la sua speranza, siccome era il solo che avesse, così gli venne ogni dì sembrando più solido e sicuro. Operava in lui la trista abitudine già contratta. Guai a coloro che si sono accostumati a trovar sempre pronta l'altrui beneficenza nelle angustie in cui cadono! Guai a coloro che sprovveduti di mezzi proprii, e disperando poter bastare a se stessi col lavoro e colla cotidiana fatica, sperano nelle impreviste fortune dell'oscuro domani! Essi sono continuamente lusingati dalle non probabili contingenze, e al mancare di queste, non sanno più dove rivolgersi, e disperano di se stessi e d'altrui. Il volgo degli accattoni, e tutta quella schiera di scioperati che si credono in diritto degli altrui benefizi, si sono venuti formando in tal modo, passando dalla speranza improvvida al disinganno, e da questo a quella abituale indolenza che non ha più rimedio.

Federico non sapeva più dove battere il capo. Avea fatti, a suo dire, tanti sacrifizi per raggiungere la sua mèta e per nutrire quella speranza, e trovarsi così ad un tratto deluso! Il pensiero di Marta e della sua spontanea generosità gli si presentava ora più cruccioso che mai. Averla dimenticata, aver mancato alle sue promesse, a' suoi giuramenti, aver simulato con una serva un amore che non sentiva, solo per trarla nella rete, e farsene una scala alla propria ambizione, e vedersi tolta ogni speranza di ricevere il premio della sua infedeltà, della sua doppiezza, della sua infamia! E fosse la verità che gli parlasse dal fondo dei vuotati bicchieri, fosse il rimorso che venisse, come giusta punizione, a pungerlo più fieramente, e il confronto della donna amata e tradita con quest'altra nè amante, nè amata, e non di meno preferita alla prima; o fosse finalmente che i sentimenti della morale mandassero ancora qualche tenue bagliore all'anima sua, codesto sciagurato non esitava in quel momento a chiamarsi coi nomi più umilianti. Egli era un tristo e sentiva di esserlo, sentiva che l'abusare delle esterne sembianze dell'amore per fine d'interesse era un ignobile mercato, era una vera infamia. Ma dopo aver pensato alcuni minuti a levarsi di dosso quella macchia, non trovando alcun espediente che fosse agevole ed efficace, bevette l'ultimo bicchiere di vino, e s'addormentò.

Dopo alcuni giorni lo stato delle sue cose, già subodorato anche prima dai più curiosi, non fu più un mistero per la città. Il proprietario della sua bottega che gli aveva creduto sulla parola, lo chiamò a sè, e dichiarò di voler essere pagato all'istante. Federico balbettò qualche scusa, promise per l'indomani, senza pensare che l'indomani verrebbe presto, e non gli porterebbe una signoria. Volle sofisticare sul conto, ripigliare la sua burbanza, ma non potè far altro che dare a conoscere più chiaramente al locatore ch'ei non lo avrebbe potuto pagare. Questi fece il giorno stesso i suoi passi alla pretura, e pochi dì appresso un usciere si recò co' suoi uomini di bel mezzogiorno alla bottega di Federico, e pose sotto sequestro i mobili e gli arnesi tutti di qualche valore per conto del proprietario.

Federico non aveva potuto inghiottire uno smacco sì grande, e vedendosi sulle bocche di tutti, e assediato da una torma di piccoli creditori che s'erano desti all'esempio e che non poteva pagare, chiuse il negozio e sparì dal paese.

Una bella sera, Marta e la madre se lo videro comparire dinanzi nella modesta loro cameretta a Trieste.

V.
Vecchia e Giovane.

Era quella medesima cameretta dove sei mesi prima, innanzi ad un'immagine della Madonna di Loreto, Federico e Marta s'erano giurati una fede eterna, chiamando il cielo in testimonio della promessa e vindice dell'infrazione. Ardevano innanzi al pio simulacro le due candele benedette, che sospese là sopra il letto, attestavano ancora quel rito, invalido al cospetto delle leggi, ma nel cuore delle due donne venerabile e sacro, siccome quelle che nulla sapevano di codice, poco di religione, e credevano il giuramento per sè più potente d'ogni altra legale formalità. Federico vi s'era prestato senza malizia, senza determinata volontà di mancare, ma non curante dell'avvenire e non animato da quel sentimento di fede che nelle due femmine teneva luogo di culto. Quella stanzuccia era ancora nel medesimo stato. Marta e sua madre sedevano lì sulle povere scranne agucchiando al fioco lume d'un lanternino. Soltanto la prima più pallida assai di quel giorno e solcata la fronte da una tenue ruga che annunciava la pertinacia d'un pensiero cruccioso, d'un amaro presentimento. La madre la guardava tratto tratto accuorata e crollava il capo dolorosamente.

Udirono bussare alla porta, e mentre la madre andava fantasticando chi potesse venire a quell'ora, Marta, quasi avvertita da una voce interiore, era balzata in piedi, avea gettato il lavoro, e aperto rapidamente il chiavistello si era precipitata nelle braccia di Federico con un grido ineffabile di sorpresa e di gioja. Federico non s'aspettava quell'impeto d'un vero affetto, egli che non n'avea conosciuta la forza; e pur tenendosi fra le braccia la giovane tutta in lagrime, se ne stava come trasecolato senza trovar nè una carezza, nè una parola.