— Voi qui, Federico? Voi a Trieste? — chiese la vecchia. — Non vi s'aspettava sì presto: ma tanto meglio! — E movevagli incontro verso la porta dove egli era restato perplesso ed immobile.

— Tanto meglio! — mormorò egli a cui l'amore non avea potuto sospendere la memoria della triste sua condizione: ma per non dir tutto così d'un tratto, trasse la Marta presso la scranna e ve l'adagiò, volgendosi nello stesso tempo alla madre, e stringendole la mano con dolorosa espressione.

— Come state, Federico? — diss'ella.

— Eh! così così: la salute non va male.

— Sia ringraziato Dio! Almeno questa! Ora starà meglio anche la mia povera figliuola.

— È stata ammalata? — domandò Federico, guardandola sbadatamente: — mi pare in fatti più sparuta del solito. La febbre, neh?

— La febbre? no grazie al Cielo; ma potete ben credere, sei lunghi mesi senza ricevere vostre nuove! Scusate Federico, potevate ben scrivermi una riga, o mandarci a dire qualche cosa.

— Che cosa potevo mandarti a dire?...

— Che cosa? — domandò Marta fissandolo tra lo sdegno e la meraviglia. — Non avevi tu niente da dirmi?...

Federico non intese il senso di queste parole, e rispose materialmente: — affeddeddio non avevo niente di buono da scrivervi: tutte le disgrazie mi sono piombate addosso: io son rovinato. Ecco tutto, se lo volete sapere. — A queste parole le due donne provarono una fitta nel cuore, ma per due diverse punture. La vecchia presentì perduti i suoi poveri cencinquanta fiorini, la giovane si confermò nel suo presentimento che non era più amata. Ella chinò il capo, come se queste parole l'avessero pienamente avverato.