— Codesto berretto — continuai, — sia esso veramente formato colla pelle d'un lupo, o con quella d'altri animali che gli somiglino, non divenne già sì comune per semplice volontà della moda, come alcuna di voi, belle donne, potrebbe credere. Esso è una specie di trofeo, nè più nè meno com'è stata per Ercole la pelle del lione Nemèo. Vi fu un tempo, m'ha detto il mio pescatore, che nessun Istriano avrebbe potuto ornarsi di quel berretto, senza essersene procacciata la pelle col proprio valore, purgando la penisola istriana d'alcuna di quelle belve. Sapete che i lupi sono ancora abbastanza frequenti nell'Istria, e udii raccontare di certe caccie solenni e strepitose, a cui prendevano parte tutti i cacciatori di queste terre: i quali cominciavano a battere il paese dalla radice del monte maggiore, avanzandosi grado a grado verso il mezzodì come in linea di battaglia non interrotta, finchè, ricacciati codesti voraci animali all'estremità del capo promontore, ne facevano una vera carneficina. Fino a memoria del mio vecchio istorico, l'aver ammazzato un lupo, vuoi con una palla di moschetto ben aggiustato, vuoi con un colpo di randello, era una specie di vanto patriottico fra' pastori, e chi non avesse avuto intorno alla fronte codesta spoglia, testimonio irrefragabile del proprio coraggio, non poteva nè anche sperar fortuna in amore. In quell'epoca, o gentili donne, il coraggio era ancora un requisito necessario per ottenere i vostri favori. Il Morlacco non era reputato degno della sua sposa se non la rapiva dalla casa paterna: e nelle cerimonie nuziali di quella stirpe c'è ancora un simulacro di battaglia che ricorda quell'uso.
Ivo Milovich era un antico proavo della famiglia del pescatore sopra lodato. Egli non m'ha detto l'epoca in cui fiorì: ma da certi miei dati, mi azzardo a conchiudere che saranno presso a poco due secoli. Del resto mi riservo ad accertare la data ogni qual volta fosse per sorgerne un dubbio. Figlio unico di donna veneziana, avea ricevuto nascendo l'indole dolce e timida della madre, la quale educata a Venezia, al solo nome d'un lupo, tremava tutta come se n'avesse avuto il morso alla gola. Siccome da bambino egli era un po' troppo vispo e bizzarro, la madre non avea miglior mezzo a farlo star cheto che minacciarlo del lupo: di che il giovanetto, come suole accadere, n'ebbe a ricevere una impressione sì forte nella tenera fantasia, che impallidiva ogni qual volta sentisse parlare di lupi. I suoi compagni, senza pietà per questi involontari movimenti dell'immaginazione, si divertivano alle sue spalle e lo spaventavano spesso, appostandosi la notte dov'ei doveva passare, e urlandogli dietro come sogliono i lupi. Il povero Ivo era un vero tribolatello: ei non capitava mai un po' mal disposto della salute in una brigata d'amici che alcuno, e spesso per maggiore strazio una donna, non gli chiedesse: — Che hai, Ivo, che mi sei sì basito? Hai visto il lupo? — E a queste parole si levava un riso a cui non c'era risposta.
III.
Tra i beffatori del povero Ivo il più implacabile era un suo cugino chiamato Stiepo, giovinaccio atticciato e robusto, il quale era andato a caccia fino da fanciullino, condottovi dal proprio padre, e di tredici anni avea già guadagnato il berretto. Il qual berretto stava pur bene alla fronte maschia e alla bieca fisonomia di quel ragazzone dalle folte basette fulve e dai fulvi capelli che cadevangli in due arruffate treccie, a mo' de' Morlacchi, sopra le spalle.
Questi due cugini avevano già il seme d'una cordiale antipatia fra di loro, e non ci voleva più che una rivalità d'amore per renderli nemici davvero l'uno dell'altro. E l'occasione, come potete credere, non tardò.
Era venuta ad abitar Capo d'Istria una fanciulla chiamata Matilde, figlia del capo-caccia de' conti di Pisino, natagli nel castello e lì allevata quasi signorilmente colle damigelle della contessa. Avvezza al piglio soldatesco del padre, vecchio cacciatore, e degli amici di casa, era più inclinata a ridere della timidezza d'Ivo, che a prenderlo in affezione. Ma dall'altra parte nè anche il carattere rozzo e bestiale di Stiepo poteva far breccia nell'animo suo: poichè l'educazione, o meglio la consuetudine del castello l'avea resa un po' delicata, e non amava i costumi selvaggi del giovane bieco, benchè si accordasse di sovente con esso nel farsi beffe dell'altro.
Rimasta orfana da poco, viveva come padrona presso una vecchia parente. Il conte di Pisino in benemerenza de' paterni servigi le aveva assegnata una modesta pensione a titolo di dote, sicchè ell'era un partito assai desiderabile per la gioventù del paese.
— Stiepo, — disse una sera Matilde, — bisogna avere un po' di compassione al povero Ivo. Egli ha forse paura dei lupi perchè non si è mai trovato al cimento. Conducetelo fuori a caccia con voi: addestratemelo un po' quel caro ragazzo. — Ivo era presente e arrossì fino agli occhi.
— Matilde, — diss'egli, — comandate ch'io esponga la mia vita in vostra difesa, e vedrete se il coraggio mi mancherà.
— Bel difensore che avrebbe trovato! — soggiunse Stiepo: — un giovane di ventidue anni che non si è ancora procurato un berretto. Comperategliene uno, — diss'egli a Matilde, — comperategliene uno voi che avete denari. Oppure senti, Ivo, cugino mio. Io ho veduto un bel gatto che ruzzava ier sera qui dattorno. Cacciagli una palla ne' fianchi quando ei si sarà accovacciato. Diremo ch'è stato il lupo, e non porterai più quel vigliacco berrettino di lana. —