II.
Fatti e parole.
Ma dove si trovava questo povero amico, e di qual genere era la sua nuova pazzia? Queste domande io avevo dovuto rivolgere al terzo ed al quarto per desumere, se fosse possibile, il vero dalla opinione dei più.
Mi fu risposto ch'egli trovavasi nella valle di Resia, un paese, a quanto mi dicevano, abbastanza salubre; ma inameno e inospitale, circondato da monti sterili e altissimi, ove non si poteva penetrare che per difficili e scabrosi sentieri; abitato da un'orda di barbari, d'origine, a quanto dicevasi, slava; luoghi e genti, in una parola, che solo un pazzo poteva scegliere per dimorarvi. Non avevo per anco veduta la valle di Resia, e non potevo trovare molto improbabile la pittura che me ne facevano.
Quanto al mio povero amico, egli era ritornato nella sua patria oppresso da una specie di nostalgia; sia che il solo amore del suo paese ve lo richiamasse, o un resto della sua infelice passione. Egli ritornava in Italia ricco di un bel nome e di non mediocre peculio. Quando corremmo in compagnia la Germania, l'Inghilterra e la Francia egli s'accorse non meno di me qual fosse il genere dominante in quelle nazioni, e pensò bene di trarne profitto. La pittura storica era caduta in dispregio perchè pochi oggimai la trattavano con quella coscienza e quella dignità che domanda. D'altronde non si tratta già più di ornare vaste gallerie e magnifiche sale: le ambizioni dell'età nostra sono di raccogliere molte cose in poco spazio: vogliamo più verità che poesia, e una verità più fisica che morale: quadri di genere, prospettive, paesaggi, ritratti. Antonio M. sapeva bene che la poesia della pittura non si trovava in queste fedeli rappresentazioni della realtà. Sapeva bene che le prove fotografiche non sono quadri, e che l'artista deve, per così dire, fondere nel suo cuore gli elementi del vero che la natura gli somministra prima di riprodurli potentemente sulla tela. Ma vedendo gli uomini per lo più incapaci di tale discernimento, anteporre un magro paesaggio ed una prospettiva a quei quadri ch'ei s'ingegnava di trar dalla storia e di animare col soffio creatore dell'arte, sdegnoso per natura, e non abbastanza artista per comandare al suo secolo, venne ad una non nobile, ma utile transazione col gusto dei più, e dipinse prospettive, paesaggi, alberi e case, nevi e rupi, e specchi d'acque e torrenti, e marine e burrasche, e tutto ciò che la natura gli offeriva non dirò di più bello, ma di più singolare, cercando non già l'espressione e la vita, ma i contrasti i più saglienti e più inverosimili.
In tre anni egli collocò in tutte le gallerie, in tutti gli album, in tutti i gabinetti alcuni di questi quadri che egli schizzava a vapore e ricopiava secondo che gli venivano commessi da questo e da quello. Le sue maniere nobili e disinvolte, quell' à plomb, ossia quella tinta d'impertinenza che il primo suo stato gli aveva lasciate, lo facevano accetto nelle brillanti conversazioni. Le commissioni e i quattrini fioccarono per lungo tempo, e se l'avesse desiderato, avrebbe potuto far pompa d'una medaglia, d'un titolo, o d'un nastro all'occhiello del suo vestito.
Ricco e celebre egli mi significò il desiderio di ritornarsi in Italia, per cercarvi, mi disse, nuove ispirazioni, e per dipingere secondo il suo gusto, dopo avere adulato l'altrui. Ci accomiatammo a Parigi, e partì. Giunto alla terra natale, cominciarono le sue stravaganze e le sue pazzie, le quali, per quanto ho potuto raccogliere, si riducevano a tre principali. Una mattina egli ricevette la visita dell'avv. B., il quale gli comunicò come il padre suo nell'ultimo fallimento avesse voluto provvedere all'onesta sussistenza di lui, sottraendo cautamente agli avidi creditori un capitale di 150,000 lire. Egli aveva creduto bene non confidarlo alla sua giovane età e a quei principii di morale poetica di cui lo sapeva invaso, l'aveva quindi depositato in mani prudenti e sicure; ed ora ritornato dai suoi viaggi egli poteva prevalersene senza suscitare sospetto alcuno, e senza concitare contro di sè le insaziabili pretensioni di mille arpie che non avrebbero mancato di porre in campo diritti sopra diritti. Antonio M. accettò il portafoglio dove erano raccolti i titoli della sua nuova ricchezza; compensò l'avv. B. del servigio fedele che aveva prestato, e la mattina appresso fece convocare i creditori del padre, perchè avessero ad essere soddisfatti, per quanto bastasse la somma sopraccennata, e quella di che l'avevano arricchito i propri lavori ch'ei voleva pure consacrare a quest'uso.
Alcuni giorni prima di questo avvenimento egli aveva trovato, rientrando, una carta da visita dal conte di V. È facile a immaginare quanto ei dovesse meravigliarsene. Seppe che la bella Sofia rimaneva ancora nubile nella casa paterna, avendo o essa o i parenti suoi rifiutati parecchi partiti di matrimonio, che non erano sembrati abbastanza convenienti alla vanità degli uni, o alla capricciosa ambizione dell'altra. Ei non mancò di restituire la visita al conte, rivide la sua pericolosa allieva in tutta la pompa della sua bellezza, s'accorse in breve che cinque anni di più, la sua fama e le sue ricchezze, avevano modificato le disposizioni del padre e della figliuola, e subodorò la facile adesione che una sua nuova domanda avrebbe ottenuto. Ma egli vedeva con altra lente quella superba bellezza d'un tempo, e prima di cedere alla tentazione, volle sottoporla ad una dura esperienza.
Entrò in trattative direttamente col conte, e le condizioni ch'ei voleva porre ad un contratto matrimoniale furono tali che il padre ricusò sempre di palesarle apertamente contentandosi di chiamarle non solo stravaganti ma pazze. Pochi giorni dopo si seppe la nobile risoluzione di Antonio, e il conte si lodò di averla scappata bella niegando nuovamente la sua creatura a quel mentecatto.
Intanto la transazione co' creditori era avvenuta. Antonio si gloriava di non conservare altra ricchezza che il suo pennello, e noiato di vivere in mezzo a uomini che parlando o tacendo lo battezzavano per imbecille, determinò di fare un giro pe' contorni, e giunto nella valle di Resia, comperatovi un poderetto colle modeste reliquie de' suoi tesori, vi si accasò.
Nessuno l'avea più veduto da ben quattr'anni. Si diceva bene ch'egli s'era lasciata crescere la barba, che vestiva alla foggia di que' valligiani, che aveva sposata una ragazza di Resia già madre d'un figlio e vedova prima che moglie; che eccitato da' suoi amici a ripigliare la sua tavolozza, l'avea sempre negato, sdegnando di dipingere quelle stesse prospettive che aveva d'intorno e che gli sarebbero state largamente pagate da' committenti.