Il primo a cui ne chiesi conto, fu il marchese del Rio, nostro comune amico, e mecenate d'un tempo. Egli mi guardava ed esitava a rispondermi come chi avesse a dare una trista notizia.

— Buon Dio! — sclamai — sarebbe morto?

— Morto dell'intelletto — rispose. — Da quattro anni egli è pazzo.

— Pazzo...! Oh! egli non doveva mai rivederla. Perchè non ascoltò i miei consigli? perchè non rimase con me? Oh! povero amico! — Così dicendo proruppi in lagrime; dimenticai il marchese; non gli chiesi i particolari di questa sciagura, ed egli ebbe la discrezione di andarsene senza congedo.

Dirò perchè questa trista novella non mi sembrasse punto inverosimile.

Antonio M. era nato per essere artista, benchè le circostanze in cui si trovò nell'infanzia non fossero le più favorevoli all'arte. Egli era figlio di un fortunato negoziante, e secondo tutte le apparenze doveva ereditarne uno stato agiato e tranquillo. Gli agi e le ricchezze sogliono giovare a tutt'altro fuorchè all'educazione di un artista. Egli fu accarezzato, lusingato, applaudito da' suoi precettori, ogni suo scarabocchio aveva l'impronta del genio: egli era senza più un Raffaele risorto. — Buon per lui che la provvida mano della sventura venne in tempo a soccorrerlo. Le speculazioni del padre corsero il loro stadio; decaddero; ruinarono. Egli dovette fallire a molti suoi creditori. Antonio rimase a vent'anni ricco di molte speranze, di molta presunzione, di molte abitudini molli e delicate, povero di tutt'altro: ma egli era artista, cercò nell'arte un sollievo contro l'avversità, e di meschino dilettante che era, si mise sulla via per divenire pittore. E lo divenne. Gli dolse certo dover abbandonare le consuetudini fra cui era stato allevato: gli dolse sentir mutate in biasimi le prime lodi che riceveva; ma gli giovò la sua naturale noncuranza, e d'altra parte i proprii disinganni non arrivarono a farlo sconfidare di se medesimo. A ventidue anni egli dipingeva passabilmente la figura, coloriva un ritratto con molto garbo, e viveva modestamente del suo.

Ma il cuore non è impunemente poetico. Antonio doveva amare, amare passionatamente, infelicemente, come suole accadere agli artisti: egli doveva imbattersi in una donna che non era fatta per lui; ed amarla, idoleggiarla, adorarla quanto meno ella mostrava comprendere questa poetica idolatria, da cui si trovava perseguitata.

La contessa Sofia di V. era del bel numero una di quelle fredde creature, in cui le arti e le consuetudini sociali distruggono molte doti ingenue della natura, surrogandovi l'affettazione di tutte. Ella aveva imparato la virtù dalle opere di M a. de Genlis, la grazia dal maestro di ballo, il contegno dalla sua governante, lo spirito dalle conversazioni e dai dizionari, le lingue, non so quante fossero, da' suoi precettori, la musica dalle note. E tutto questo sapeva passabilmente e brillava fra tutte, perchè era ricca, nobile e bella: tre splendide prerogative che non hanno sempre lo stesso valore prese separatamente, ma in cumulo non possono mancare di un successo nel mondo.

Antonio M. non nobile per natali, non d'altro ricco se non della sua onestà e della sua tavolozza, la vide al teatro, l'ammirò ad una veglia, le parlò ad una pubblica esposizione di belle arti dinanzi ad un proprio quadro che ella e tutti lodavano. In quel momento parvegli di poter innalzarsi fino a lei e sperò di ottenerla. Prima che fosse chiusa la pubblica mostra, egli espose sotto le forme della Speranza un ritratto parlante di Sofia, opera improvvisata sotto l'influenza di un amore vulcanico. Il padre di lei comperò questo quadro, ed ebbe l'imprudenza di dar per maestro di pittura alla figlia il mio povero artista. Dico povero, ed egli ringraziava la fortuna come avesse tocco il cielo col dito.

Non racconterò la storia del suo amore. Progredì come doveva in lui, vero, ardente, indomabile; in lei dapprima civetteria, poi vanità, poi niente. Egli osò domandarne la mano. Gli si rise in faccia. La fanciulla ebbe l'ordine di non più vederlo; fece un po' l'afflitta, lo fu anche; ma obbedì da buona figliuola, e accettò con gioia i doni e le carezze paterne, premio della sua figliale docilità. Antonio ammalò, ebbe un lungo delirio assai prossimo alla pazzia. Risanato partiva da quel luogo al mio fianco, inconsolabile sempre, ma però rinsavito. Tutto questo racconto era necessario, o lettore, acciocchè intendessi come all'annunzio ch'egli era impazzato, io mostrassi più dolore che maraviglia. Egli era stato quattro anni in mia compagnia senza dar segno di smarrimento, ma un carattere come il suo, per natura bollente, quando ha sofferto ne' suoi primi anni una scossa terribile come questa che ho raccontato, ne resta con una tinta di tristezza per tutta la vita. Volsi subito il pensiero ad informarmi di tutte le particolarità di tale ricaduta, per vedere se l'amicizia potesse un'altra volta porvi rimedio.