— Appunto signore, — rispose la vecchia — e qui dimoro fin da quel tempo, guadagnando il pane colle mie mani, un pane scarso ed incerto, bagnato dai miei sudori e dalle mie lagrime, le quali se basteranno mai ad espiar le mie colpe, non potranno così facilmente eguagliar la gravezza delle mie miserie. Io ho l'ufficio di spazzar tutti i giorni quei cento e venti scalini che voi aveste la bontà di salire per recarmi i vostri conforti, e che per quanto gravi vi siano parsi, non potrebbero mai suscitarvi la centesima parte dell'amarezza che risvegliano nell'anima della povera Margherita.

— Consolatevi — io dissi: — meglio un pane guadagnato colle proprie fatiche, che una ricca fortuna da doversi scontare co' rimorsi. Finalmente questa casa non ha alcun piano superiore che vi resti a salire.

— Tranne il cielo — rispose piangendo la vecchia con una tal aria di compunzione che poteva renderla degna di questa novissima delle umane speranze.

POSCRITTO.

C'era nel giornale una data assai posteriore che suonava così: Margherita B. nata nel 1712 in una baracca posta al pian terreno d'una casa di questa città, passata successivamente al primo, al secondo, al terzo ed al quarto piano della medesima, cessava di vivere nel 1770 per una lenta febbre cagionata non tanto dalle assidue fatiche, quanto da una condizione morale che si può desumere dalla sua storia. Le mie cure e i soccorsi d'una mano benefica sconosciuta poterono protrarre d'alcuni anni la sua vita che veniva meno ogni giorno, finchè chiuse gli occhi più tranquillamente che forse non avrebbe potuto sperare. Era stata vittima di un vivace carattere, lasciata in balìa dei suoi capricci, senza alcuna educazione, e senza la tutela d'una madre che potesse supplirvi colle virtù dell'esempio e dell'affetto. Un amore corrisposto per civetteria, un altro tradito per egoismo furono i due fatti che la sospinsero nell'abisso. La mano della sventura e la voce dei rimorsi aggravarono gli ultimi anni della sua vita, restituendole però quella placida rassegnazione che la rese meno infelice. Le sue strane vicende ebbero teatro, e si legano per modo ai varii appartamenti ch'ella abitò, che la sua storia può chiamarsi senza stranezza: la storia d'una casa.

LA GIARDINIERA DELLE MALE ERBE.

I.

Chi di voi, cari amici, non è stato testimonio d'alcuno di quegli atti di spensierata crudeltà onde i fanciulli sogliono aggravar la disgrazia di un loro compagno maltrattato dalla sorte o dalla natura?

Non sono molti anni mi accadde di trovarmi presente ad una di queste scene. Un povero nanino contraffatto della persona, mentre passava per la via frettoloso, s'imbattè in uno stormo di scolarucci che, come uccelli fuggiti di gabbia, scorrazzavano per la via. Urtato non so se a caso o per beffa da alcuno di quegli storditi, si lasciò cadere di mano un boccettino ch'era ito a cercare alla farmacia. Il dolore e la collera che ne provò si manifestarono con modi così grotteschi, che i monelli, anzichè prenderne compassione, cominciarono a riderne e a motteggiarlo. Non era la prima volta che si divertivano alle sue spalle, poichè alcuno di que' tristarelli lo interpellò come una vecchia sua conoscenza. — Che hai, Squasimo'? — disse questi, storpiando per ischerno il nome del gobbino, che, come seppi, era Cosimo. — Gran disgrazia per guaire sì alto! O che c'era nell'orcio? — Nulla, nulla: — soggiunse un altro — t'aiuteremo a raccogliere i cocci: — e così dicendo, l'urtava e gittava a terra.

— La mia medicina! — strillava il misero — la mia medicina!