Io mi sedetti, e senza aggiunger parola mi posi ad ascoltare.
— Quel tristo presagio che mi colpì ritornando dal teatro, s'avverò nella maniera la più crudele.
La morte del povero Ernesto che forse era stata affrettata da' miei capricci voleva una vendetta, ed io la provai condannata ad amare, alla mia volta, con tutta la forza dell'anima, con la piena certezza di profondere i tesori della mia tenerezza ad un uomo che non sapeva, e forse non poteva apprezzarla. Io aveva sacrificato al nuovo mio amante un ricco e splendido collocamento: egli non dovea pagarmi ben presto che della più nera ingratitudine. Io vissi con esso lui più mesi bevendo nei suoi occhi l'amore e inebriandomi degli applausi che il pubblico tributava al suo canto: non avrei cangiato la mia sorte con chicchessia. Mi avvenne allora di fare la conoscenza della celebre Catalani, la quale nella prima aurora della sua gloria, divideva i trionfi del mio tiranno. Io aveva sortito dalla natura una buona voce. Sedotta dal clamoroso successo che la musica cominciava a ottenere, lusingata dalla speranza di parteciparne i trionfi, incoraggiata dalla medesima Catalani, forzata da colui, la cui volontà m'era divenuta comando, io presi alquante lezioni di canto, ed apersi una soirée settimanale nelle mie stanze, nella quale doveva dar saggio delle mie forze e della mia virtù musicale.
Alcuni ricchi inglesi dilettanti di canto e splendidi donatori vennero a tributare alla mia voce e più forse alla mia bellezza i loro omaggi. In pochi mesi io mi trovai ricca quanto bastava a poter condurre tranquillamente il resto della mia vita con lui. Ma non era già questo il suo pensiero. Egli voleva ch'io battessi assolutamente il teatro; m'indusse a realizzare tutto quello ch'io possedeva in virtù del primo mio matrimonio, ed io mi lasciai indurre ad affrontare il giudizio d'un pubblico, il quale era già reso difficile dal merito eminente della Catalani. Quel mostro al quale m'abbandonavo colla più spensierata fiducia, dovea certamente aver preveduto l'obbrobrio a cui i suoi consigli m'avevano esposta. Io non fui risparmiata dal pubblico; ho raccolto fin dalla prima sera una larga mèsse di fischi, ben dovuti alla mia presunzione. Chiusa nella carrozza io me ne ritornava al mio terzo piano, e aveva bisogno di nascondere il mio capo avvilito in seno dell'amicizia e dell'amore. Delusa! L'appartamento era stato improvvisamente spogliato dei più ricchi ornamenti; le mie gemme, i miei tesori, tutto m'era stato rapito. Voi v'immaginate da chi. Una nave che stava alla vela trasportava per l'alto mare tutte le mie ricchezze, tutte le mie speranze, l'ultimo filo che mi legava ancora alla vita, e che avrebbe forse potuto condurmi a salvamento.
Non mi fu possibile aver più contezza di quell'infame. L'avvilimento e l'obbrobrio mi circondavano; il punto favorevole della mia fortuna era passato per non tornar più. Mi gittai di là a pochi giorni sul letto deserto dove una lunga malattia distrusse le reliquie della mia bellezza, e quel poco di denaro che lo scellerato non aveva avuto il tempo di portar seco. Convalescente ancora dovetti sloggiare da quell'appartamento ed ebbi un ricovero presso una vedova che viveva con due figliuole nel quarto piano di questa medesima casa: qui sotto, signor mio, sotto questo miserabile granaio che mi aspettava nell'ultimo stadio della mia vita.
CAPITOLO V.
Quarto piano.
Il mio soggiorno nel primo, nel secondo e nel terzo piano di questa casa, non può chiamarsi che un rapido passaggio; e queste splendide reminiscenze passano nella mia immaginazione come una veloce fantasmagoria. Il quarto piano doveva offerirmi un asilo più modesto e più lungo, tanto che rispondesse ai primi quindici anni d'innocenza e di noncuranza; quando avevo un padre, un padre come ve lo descrissi, ma pure un padre. Oh! ve l'assicuro, signor dottore, io darei tutta la mia vita, comprese quell'epoche più venturose, per un solo di quei giorni, tutte le gioie inebrianti dell'amore e dell'ambizione, per una di quelle carezze infantili; tutte le gemme che circondarono le mie braccia e la mia fronte per uno di quei nastri ch'io ricevevo senza rimorso! Nel quarto piano mi trovai inopinatamente madre di quelle due sfortunate le quali perdettero da lì a poco tempo la propria. Vi lascio immaginare quali tristi esperienze del mondo e della società io doveva comunicare alle due sorelle le quali avendo esercitato il mestiere di crestaie, erano pur troppo disposte a trarne profitto.... Non si stanchi la vostra pazienza d'ascoltare lo stadio più compassionevole della mia carriera, la storia dei vent'anni ch'io passai con esse e poi.... resterà libero al vostro cuore di concedermi una lagrima di pietà o l'ultima esecrazione che aggraverà la mia vita. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando io fui a questo punto del giornale manoscritto che per caso m'era capitato alle mani, e cominciavo a provare un vivo interesse, voltai carta, desideroso di conoscere la fine di questa storia o romanzo che fosse. Ma il foglio susseguente era stracciato, e misi invano sossopra tutto quello scartafaccio, e tutto lo scrittoio del buon dottore per rinvenirlo. Dovetti starmi contento a formare le mie supposizioni, e a completare colla fantasia la lunga lacuna. Ma siccome io posso aver fatto qualche giudizio temerario, non vorrei rendermene responsabile presso i miei lettori, e lascio all'immaginazione di ciascheduno la libertà d'indovinare ciò che manca.
Il giornale ripigliava con queste parole ch'io pongo religiosamente come le ritrovai. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . c'ingiunse di lasciar libere quelle stanze ch'egli aveva intenzione di purgar da ogni mal odore, affittandole a un povero ritrattista che sarebbe venuto ad abitarvi fra otto giorni in compagnia della sua onesta e virtuosa famiglia.
— E così — soggiunsi io — voi saliste ancora alquanti gradini e veniste ad abitare il soffitto di questa casa.