Intanto egli mi presentò alla società col titolo di sua sposa, mi trovai fatta segno di onori, di adorazione: non c'era festa a cui non fossi invitata: tutte le barriere aristocratiche cederono all'onnipossente forza dell'oro. Le assicuro che quando il mio cocchio scorreva strepitando nell'atrio della mia casa, io sentiva in me stessa un certo che di strano e d'indefinibile che non è agevole a imaginare. In pochi anni la ruota della fortuna m'aveva trasportata dal posto più infimo al più sublime. Io avrei voluto allontanarmi da quel luogo che mi ricordava la bassa mia origine: ma parea che il destino mi condannasse ad averlo sempre presente! Me felice se avessi saputo approfittarne.
Dalla loggia più nobile io assisteva sovente ai pubblici spettacoli, e all'opera più volentieri: sia che mi allettasse la novità, sia perchè l'opera è quel genere di rappresentazione che esige minor coltura ad essere gustato. Ed io, comecchè sostenuta da un po' di spirito naturale, era pur sempre la figlia del calzolaio. Cantava negli Orazi di Cimarosa il basso Ferrari. M'innamorai pazzamente del suo fare, della sua voce, forse delle sue vesti. Colsi il momento che il marchese s'era allontanato dalla città, e rientrai una sera in compagnia dell'amante.
Entrando fragorosamente nell'atrio, una ruota del cocchio urtò nell'angolo della baracca dov'ero nata. Un gelido presentimento m'entrò nel cuore, ma una carezza d'Orazio rassicurommi, e sostenuta dal suo braccio salii volando le scale, e i piedi d'un cantante calcarono i tappeti del mio nobile sposo.
Egli lo seppe. Volle rimproverarmene: non era più tempo. Io era invasata, impazzita, innamorata. Il terzo piano di quella casa medesima era appigionabile: io superai altri dieci scalini, e mi parve di toccar il cielo col dito, quando libera da ogni riguardo, ho potuto abbandonarmi in braccio alla mia passione. —
Qui sopraggiunse alla vecchia avventuriera un forte accesso di tosse che minacciò di distruggere ogni miglioramento. Io non le permisi di seguitare il suo racconto, e ne fu rimessa la fine al domani.
CAPITOLO IV.
Terzo piano.
La notte avea calmato il dolor fisico che aggravava il petto alla mia singolare ammalata: ma il racconto delle sue avventure incominciato il giorno innanzi, benchè non era probabile ch'io ne fossi il primo depositario, le avea lasciato sul volto le tracce d'un profondo abbattimento morale. Ella mi espose il suo stato e come avesse passato la notte, ma pareva disposta a lasciarmi partire senza riprendere il filo del suo discorso. Nè io certamente l'avrei forzata a seguire, non volendo per tutto l'oro del mondo ritentare la piaga che non sembrava ancora cicatrizzata. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nelle miserie.... se pure poteva dirsi felice quel tempo che ella s'era vista trabalzare dalla fortuna in sì rapida vicenda di condizioni.
Quando fui per congedarmi, e prendevo il cappello e la mazza in un angolo di quell'oscura soffitta, ella mi seguì collo sguardo, e quasi se ne fosse ricordata in quel punto: — Non volete — disse — udire il seguito della mia storia?
— Io credeva d'esser troppo indiscreto a domandarvene, buona donna. D'altronde non mancherà tempo.
— No, no, riprese, io voglio dirvi tutto, e se ne provassi qualche acerba trafittura, la risguarderò come una salutare espiazione delle mie follie, e de' miei traviamenti. —