Viveva al primo piano una vecchia signora mezzo cieca la quale aveva bisogno d'una fanciulla che l'accompagnasse alla chiesa. Credette di fare un atto di beneficenza verso di me che non le fosse infruttuoso del tutto, e m'offerse di prendermi seco. Così di quindici anni io abbandonai il mio giaciglio sotto la scala, e posi piede in un agiato appartamento, abitato dalla mia benefattrice e da un nipote erede futuro delle sue ricchezze. Ecco il primo passo che la mia disgrazia, o la mia fortuna, come vorrete chiamarla, mi fece fare. Io appresi un po' a leggere, a scrivere un vigliettino d'amore: ebbi migliori alimenti, migliori vestiti, e fui salva dall'impertinenze dei venti o trenta servitori che albergavano nei cinque piani di questa casa.
CAPITOLO II.
Primo piano.
Ernesto, così chiamavasi il nipote della mia benefattrice, era un bel giovane biondo, di una salute fievole e delicata, alla quale non avea recato alcun giovamento la vita metodica del collegio. La buona zia l'avea richiamato presso di sè, e lo circondava di tante cure che il povero giovine non avrebbe potuto dimenticare neppure un momento la sua infermità. Quando io gli ministrava lo sciloppo di lichene, o il suo bicchiere di latte d'asina, egli fisava sopra di me quei suoi grandi languidi occhi azzurri come aspettasse la sua salute piuttosto dalla mia vista, che dalla medicina ch'io gli apprestava. Era impossibile che non sorgesse negli animi nostri una reciproca simpatia. Non vi dirò già ch'io l'amassi com'ei mi amava: credo anzi che la compassione, l'interesse, la consuetudine più che l'amor vero m'inducesse a sofferire pazientemente le sue carezze e i suoi giovanili attentati.
Non si maravigli, signor mio, s'io mi servo di questa parola: sofferire. Trasportata da quel misero bugigattolo in un ricco appartamento, io aveva assunto involontariamente quel contegno circospetto e schifiltoso ch'io vedeva prendere alle damigelle di qualità: contegno che non mi fu difficile conservare, giacchè, come dissi, il mio cuore non era tocco. A questo modo io martoriava senza saperlo o senza pensarci il povero Ernesto, il quale vittima de' miei capricci passava dall'eliso all'abisso in poco volger d'ore, ora credendosi amato, ora accorgendosi della mia indifferenza per tornar ad illudersi quando mi fosse piaciuto di lusingarlo con uno sguardo o con una dolce parola. Io era ben trista, non è vero?.. Ne sono stata severamente punita più tardi, come le dirò, se le piacerà d'ascoltarmi.
Questa specie di altalena alla quale i miei capricci e la mia civetteria condannavano il povero Ernesto, dovette influire sinistramente sulla debole sua salute, cosicchè dopo alcuni mesi ei fu costretto dai medici a mettersi in letto, dal quale non doveva uscire che per passare al sepolcro. Egli abbandonava il languido capo sul suo cuscino, e le sue guancie pallide si soffondevano tratto tratto di quella porpora che annuncia già prossimo lo stadio fatale. La sua zia pregava assiduamente perchè egli potesse sopravviverle, ereditare i suoi beni, trasmettere il suo nome ad altre generazioni. Povera signora! Le sue preghiere non dovevano essere esaudite.
Quanto ad Ernesto, egli non conosceva, come accade, il suo stato; anzi sperava sempre nell'indomani, e perseverando sempre ad amarmi, gli pareva che s'io l'avessi riamato, avrebbe in un momento ripigliato le forze e la sanità. Un giorno comunicò alla zia l'amore che mi portava, e il progetto di unirsi meco in matrimonio. La vecchia trattò sulle prime questa dichiarazione come uno di quei vaghi e mutabili desiderii che assalgono i tisici, e temporeggiò. Questa misura accrebbe i tormenti del giovine e spinse agli estremi la sua malattia: cosicchè la vecchia, quando non fu più tempo, vinta dai suoi scrupoli e dalla forte affezione che gli portava, condiscese ch'io fossi dichiarata sua sposa; ed egli mi pose l'anello nuziale alla sponda di quel medesimo letto, sul quale due giorni dopo giaceva freddo cadavere.
Eccomi dunque vedova prima che moglie, ed obbligata a vestire il lutto per la morte del marito, prima che la ghirlanda nuziale avesse incoronato il mio capo.
Non le dirò di non aver sentita nell'animo mio questa perdita. A sedici anni, non può fare che un fondo di bontà non tenga il luogo dell'amore nell'animo di una fanciulla. Io piansi anche, ma non tanto che le lagrime nuocessero alla freschezza de' miei colori. Mi trovai fatta segno a mille discorsi; e questa specie di celebrità mi giovò a progredire nella mia carriera, finchè mi trovai, di là a pochi mesi, nel piano superiore fidanzata al vecchio marchese di Roccabruna.
CAPITOLO III.
Secondo piano.
— Ella è forestiero, signor dottore, e mi conviene raccontarle un po' per le lunghe alcune circostanze della mia vita che per un tratto di tempo misero in faccenda tutte le lingue della nostra città. Io vestiva ancora a bruno per la mia singolare vedovanza, quando ricevetti la visita del marchese Alfredo di Roccabruna, nobile siciliano, che avea da un anno preso a pigione l'appartamento più ricco di questa casa. Quando io dovetti restituire la visita rimasi abbagliata dal lusso che vi regnava, dai lucidi mobili di bois de rose, dai tappeti di Persia onde erano coperti i pavimenti di quelle stanze. Il vecchio furbo, il quale conosceva la vanità femminile ed aveva imparato qual sia la porta per cui diamo accesso all'amore, non mancò di far pompa di tutti quei ricchi e seducenti apparati. Alle corte: egli mi offerì la sua mano. Io chiusi gli occhi alle grinze che lo coprivano, alle sue narici corrose, diceva, da' suoi viaggi di mare, e tenendoli volti a quei candelabri, a quegli arazzi, a quel lusso delicato ed elegante, strinsi quella mano che m'offeriva, e condiscesi ad esser sua moglie, quando il tempo che le convenienze prescrivono al lutto, fosse passato. D'altronde egli pure doveva aspettar certi documenti dal suo governo, senza i quali non potevano aver luogo le nunziali formalità.