Ella si sforzava a parlare e a spiegarmi i sintomi della sua malattia, ma dopo poche parole la prese una tosse ostinata, sì ch'io l'ho consigliata a tacere. Assiso accanto a lei, procurai di congetturare la qualità del suo male dai fenomeni che si alternavano sulla sua faccia. Ho potuto saperne abbastanza quanto alla malattia; ma avvezzo a cercar qualche cosa di più, mi parve di ravvisare su quelle sembianze le traccie d'un'antica bellezza e tutti i sintomi d'una vita avventurosa, o come direbbero i moderni, drammatica. Quel giorno non era cosa prudente interrogarla; ma l'indomani, essendosi calmata la tosse, e un po' eccitate le forze vitali, gittai sbadatamente una domanda sulla passata sua condizione, e le domandai da quanto tempo trovavasi in quella casa.

— Vi nacqui — rispose — e da settant'anni non ne sono uscita mai. — Potete credere s'io rimasi balordo trovandomi ingannato a tal segno nelle mie congetture; e fui per mandare al diavolo Lavater e Gall, e la lunga mia pratica a indovinare dai lineamenti esterni, le interne rughe dell'animo.

— Nata e vissuta in questa soffitta? — ripresi.

— No signore, — sospirò la vecchia — nacqui nel pian terreno, sotto una scala, e non venni a morire quassù, se non passando per una serie di sventure e di guai. Tal quale mi vedete ho avuto anch'io la mia storia, e s'io potessi narrarvela, la credereste un romanzo. —

Udendo queste parole restituii nel mio pensiero al fisionomo e al frenologo la loro reputazione; e giacchè non aveva alcun'altra visita che mi premesse, e le mie gambe sentivano il bisogno di riposarsi, la pregai volesse mettermi a parte di queste strane avventure, aggiungendo, per celare d'una maschera filosofica la mia curiosità, che forse la conoscenza della sua vita mi gioverebbe a fare una diagnosi più giusta della sua malattia.

CAPITOLO I.
Pian terreno.

— Quell'oscuro ricettacolo ove abita il portinajo, e vi tiene la sua bottega di ciabattino, e vi mangia e vi dorme tranquillo finchè gl'inquilini più girandoloni vengano a risvegliarlo, quello mi vide nascere, signor mio, e fu il teatro della mia giovinezza. Perdetti di cinque anni la madre, buona donna, di cui conservo un'oscura reminiscenza, e che per bene della sua figlia avrebbe dovuto morire qualche anno più tardi. Restai dunque sotto la custodia del mio povero padre, che avea bisogno di ubriacarsi tutti i giorni, e sotto quella di tutti i servitori degli appartamenti superiori che andavano e venivano per quell'andito. Vivace, petulante e facile ad appassionarmi di tutto, a ridere e a piangere in un minuto, io stuzzicava l'uno, teneva broncio all'altro, danzava sulle ginocchia del maggiordomo, e mi avvinghiava colle braccia carezzevoli intorno al suo collo.

Giunta ai dodici anni m'accorsi che tutti mi portavano un certo affetto; e guardandomi d'attorno io medesima, mi vergognai per la prima volta dei luridi cenci che mi vestivano. Io non avea una madre che mi assettasse i capelli e andasse superba di pormi addosso una gonnella nuova ed un nastro intorno alla vita. E vedeva tutti i giorni andar su e giù le fanti e le cameriere delle dame che albergavano nel palazzo tutte linde, tutte eleganti da non invidiare le loro padrone. Ne provai una indicibile gelosia e posi in opera tutti i mezzi per migliorare il mio abbigliamento. Pregai per un fazzoletto, diedi un bacio per un vestito, sparsi una lagrima per un grembiule: ma senza pensare che i vezzi di una donna possono formare il suo capitale.

Così passai il terzo lustro della mia vita, divenuta l'oggetto di vivaci persecuzioni ai lacchè, di rapida maraviglia ai passeggieri, di frivola compiacenza a mio padre, e di sterile compassione alle vecchie dame che mi vedevano sulla porta del loro palazzo, e prevedevano la mia perdizione senza darsi pensiero di prevenirla.

Mio padre cedè al soverchio uso del vino, divenne imbecille e morì. Io non avevo pensato mai ch'ei dovesse mancare; e quando lo vidi freddo e inanimato sopra il suo letto, potevo appena credere alla realtà della mia disgrazia. Quando poi ne fui certa, diedi in dirotte lagrime e avrei sinceramente desiderato di seguirlo nel suo sepolcro. Povero padre mio. Solamente allora conobbi d'aver avuto in te l'unico sostegno della mia vita! Solo allora sentii d'amarti, e forse le lagrime che versai, furono il primo tributo della mia tenerezza, che ricevesti quando tu non potevi più goderne.