— Ogni simile ama il suo simile, — le diceva talora la zia. — Tu devi crescere come un'ortica, e innamorarti di un ragno. —
Ma la nostra amica non si adontava di questi motteggi. Rispondeva alla zia con altri proverbj, la eccitava a non disputare dei gusti, e a rispettare i bruchi per amor delle farfalle. Quanto alle male erbe, voleva persuaderla che, vedute colla lente, erano cento volte più belle delle camelie e dei rododendri che costavano tante cure e tanti quattrini.
Tutto questo vi spiegherà facilmente com'essa accorresse con tanta alacrità in difesa del povero Cosimo. La zia, come potete credere, non mancò di raccontar l'avventura, ed eccoci alle solite celie sulle sue singolari predilezioni. Angela sulle prime non vi badò, poi si mise a difendere quel poveretto con tanto fuoco, che le burle cessarono.
Ma le cose non dovevano finir lì. Un medico amico di casa, che s'era trovato presente alla mischia, recò la novella, pochi dì dopo, che la madre del povero nano era morta. Angela impallidì come si trattasse di una persona cognita e cara. Si accusò di non essere accorsa al letto dell'inferma per assisterla e consolarla. Tutta quella sera fu malinconica: la notte non potè chiudere occhio, finchè non ebbe proposto a se stessa di cercar notizie dell'orfano. — Chi sa — pensava — che la Provvidenza non me l'abbia fatto capitare sott'occhio perchè non manchi di un appoggio e di una difesa. Il dottore — soggiunse — m'ajuterà a rintracciarlo, e poi, se il Signore m'ha destinata ad essere l'istrumento della sua bontà, e' saprà bene condurmelo innanzi! —
Fatto con se stessa questo proponimento, la buona Angela potè prender sonno, e dormì tranquillamente sino a giorno.
III.
Il sole di una bella mattina di giugno la risvegliò. Benchè si fosse addormentata più tardi del solito, e avesse dormito un sonno agitato da mille sogni fantastici, non mancò di fare una visita assai sollecita al suo giardino particolare.
Il giardino del sig. B., senz'essere un vasto parco di quelli che sogliono chiamarsi all'inglese, adunava in breve spazio tutte le delizie che una ricca natura e una fertile immaginazione possono dare. Lo Iapelli[5] vi avea fatto prova del suo buon gusto e della sua splendida fantasia. Un lungo calidario rinserrava le più belle piante de' tropici. Una collina, un laghetto, alcune macchie d'alberi rigogliosi e di varia verdura s'alternavano a vaghi compartimenti seminati di piante vivaci d'ogni maniera. Più lontano si stendeva un verziere ricco di alberi fruttiferi e di squisiti legumi. Tutto questo era sparso con vago disordine, sì che ad ogni svolta dei sentieri puliti, l'occhio si trovava dinanzi una prospettiva tanto più amena quanto meno aspettata.
L'angolo più disadorno di questo gentil paradiso rispondeva alla via vicinale, e metteva nei campi per un cancello di ferro. Una capannuccia di paglia con un tavolino e due scranne d'orno piegate a graziosi arabeschi sorgeva accanto al cancello. Era dapprima un canile dove s'accovacciava incatenato un robusto molosso che avea terminato la sua ringhiosa carriera senza lasciar successori nè eredi. Angela aveva ottenuto dal padre che quella casuccia fosse disposta per lei, e le fosse dato il pezzo di terreno inculto che giaceva d'attorno in assoluta e special proprietà. Voi v'immaginerete che la graziosa giovanetta vi coltivasse i fiori più peregrini, e vi spiegasse quel buon gusto e quella eleganza, che al solo vederla si sarebbero dette a lei famigliari. Nulla di tutto questo. Quello spazio di terreno rimase abbandonato a se stesso, anzi si sarebbe detto che fosse stato ingombro a bello studio delle piante più vulgari e più disprezzate dai botanici e dai giardinieri. Le ortiche, i tarassaci, ed altre consimili piante, che gli orticultori battezzano col nome generico di male erbe, si erano date convegno e vegetavano in quel cantuccio in piena tranquillità. Il giardiniere di casa e gli altri famigli lo chiamavano talora l'orto della signorina, e talora il vivaio delle male erbe. Di che Angela non si reputava punto offesa, anzi finì col designarlo anch'essa ora con uno di quei nomi, ora coll'altro.
Per solito era a questo che riserbava l'ultima visita, ma questa visita era più lunga e più affettuosa delle altre. Indossato un semplice accappatoio, e postosi sulla bionda testa un largo cappello di Firenze, scendeva dalle sue stanze in giardino, che appena l'ortolano cominciava le sue cotidiane faccende. Entrava nella serra, s'inebriava di quelle fragranze meridionali, dimandava il nome e la patria di questa o di quella pianta, ne ammirava le forme e i colori, ma per lo più conchiudeva: — Poverina! quanto saresti più vegeta e più contenta ne' tuoi paesi! —