Il giardiniere scuoteva il capo, quasi offeso da tale esclamazione. Sosteneva che la pianta in istato selvaggio non sarebbe sì bella, e che doveva alle sue cure intelligenti lo splendor de' colori e la ricchezza della corolla. Forse era vero: ma la signorina non pareva sempre disposta a concederlo. Ella aveva un culto particolare per la natura semplice e primitiva. Di più, come ho già accennato, quei fiori rigogliosi e superbi le parevano un'aristocrazia prepotente che usurpava l'aria, la terra, le cure e gli omaggi alle altre produzioni più umili, ma non meno perfette. Quindi, pur ammirando quei morbidi gigli, quelle superbe ipomèe, quelle fantastiche parassite dei tropici, i cui fiori bizzarri somigliano a strani insetti, a peregrine farfalle, vi passava sovente dinanzi con una specie d'indignazione, e credeva compiere un atto di giustizia accordando la sua preferenza all'erbe più modeste e ai fiori più negletti da' dilettanti. Allora si ritirava nella sua capannuccia, e s'intrecciava un mazzolino cogli occhi di bue e colle volgari pratelline, che crescevano a dovizia nel suo vivajo delle male erbe.

Quella mattina era proprio di tale umore. I pensieri e i sogni della notte ve l'avevano predisposta. Ma quale non fu la sua sorpresa quando, cogliendo certi fiorellini di parietaria che coprivano i pilastri del cancello, vide accovacciato al di fuori il povero nano. Gittò un grido di maraviglia, che il miserello reputò di paura, tanto che s'affrettò di chiederle scusa.

Come era egli costì? Era caso o pretesto? Ella non isperava di rivederlo sì tosto, benchè sì vivamente lo desiderasse. Pensò senz'altro che la provvidenza gliel'avesse mandato.

Cosimo però non v'era venuto a caso. Gli era riuscito sapere il nome e l'abitazione della sua protettrice, e avendo una commissione per lei, s'era avvisato di attenderla a quel cancello, non osando picchiare alla porta del suo palazzo.

— Povero Cosimo! — disse Angela. — Ho saputo la tua disgrazia. M'immagino, sai, quanto debba dolertene. Anch'io ho perduto mia madre! —

Il garzoncello, serio e commosso, voleva rispondere e non sapeva. Trasse di sotto alla veste il borsellino di Angela, avvolto diligentemente in un foglio, e glielo porse senza parlare attraverso il cancello.

— Che è ciò? — disse Angela. — Rifiuteresti il mio dono?

— Oh! — rispose il fanciullo — che dice mai! La povera mamma, poco prima di spirare, sapendo la sua carità, vi ha posto dentro una carta molto importante e l'anello che teneva in dito, e mi ordinò di portarglielo, appena fosse passata in vita migliore. Io non ardivo presentarmi al suo palazzo, e da due giorni l'aspetto qui. —

Angela aprì frettolosa il borsellino, lesse un foglio che era una promessa di matrimonio scritta e firmata dieci anni innanzi, e dentro al foglio trovò un cerchiellino d'oro che non esitò punto a mettersi in dito. Quanto alla carta, ignorandone l'importanza, la ripose nel borsellino, aspettando un altro momento a chiarirsene.

— Il suo dono — riprese Cosimo — mi bastò a prestarle gli estremi soccorsi, a farle dire una messa di requie e a collocare una croce sulla sua fossa. Mi resta una moneta che starà sempre sospesa intorno al mio collo in memoria della sua bontà... e della povera madre mia. Addio, madamigella! Iddio le dia tutto il bene che merita. —